“Gravi carenze” nei controlli sulle banche favoriscono riciclaggio di denaro e terrorismo.
Indagate su Bank of Valletta (BoV), la principale banca di Malta. A invocare a gran voce l’intervento delle autorità maltesi ed europee sono stati nei giorni scorsi alcuni parlamentari europei – di destra e sinistra – a seguito della diffusione di un documento riservato nel quale la Banca centrale europea avrebbe rilevato “gravi carenze” nel sistema di monitoraggio del rischio dell’istituto. Falle macroscopiche che secondo la Bce potrebbero aver consentito il riciclaggio di denaro o altri reati. Secondo il rapporto, reso noto da Reuters, Bank of Valletta — di cui UniCredit detiene una quota del 10% definita “non strategica” – non sarebbe riuscita per anni a rilevare o affrontare “rischi associati a migliaia di pagamenti”. La Bce ha quindi chiesto contromisure urgenti, entro la fine di quest’anno, per affrontare il problema. “Consigliamo alle autorità maltesi di indagare a fondo su cosa è andato storto e se, durante il processo, siano stati commessi reati”, ha dichiarato Markus Ferber, europarlamentare del centrodestra tedesco, esperto di questioni finanziarie. Il collega Sven Giegold, cervello del gruppo dei Verdi in materia finanziaria, ha invece sollecitato un’indagine europea approfondita sui rischi di money laundering identificati presso BoV.
Ma le nubi su tutto il sistema bancario maltese (e su quelli lussemburghese, cipriota e dei Paesi baltici, a dire la verità) si erano addensate già da tempo, tanto che all’ultimo Ecofin del 5 dicembre scorso, i ministri delle Finanze Ue in un comunicato congiunto, avevano chiesto alla Commissione di valutare la possibilità di trasferire i poteri di monitoraggio ad un organismo Ue e di modificare le norme per rafforzare la cooperazione tra le autorità nazionali. In parole povere di togliere la lotta al riciclaggio internazionale gli orgnismi nazionali (“perché si sono dimostrati inadeguati a contrastare i crimini finanziari”, secondo Germania, Francia e Italia), per deferirla a un organismo dell’Unione “con una struttura indipendente e poteri diretti sulle banche“.
Del resto, già il rapporto pubblicato a settembre scorso da Moneyval, l’organismo del Consiglio Europeo che valuta il rispetto delle norme internazionali in materia di lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo e l’efficacia della loro applicazione, redatto dopo una visita a Malta, lasciava pochi dubbi circa la gravità della situazione. Seppur mascherato sotto la diplomazia prevista dai documenti europei, il giudizio è stato abbastanza tranchant. Pur riconoscendo che “le autorità hanno dimostrato un’ampia comprensione delle vulnerabilità inerenti al sistema”, Moneyval sottolinea come “una serie di fattori importanti – in particolare i reati presupposti, il finanziamento del terrorismo, le persone giuridiche e gli istituti giuridici, lo sviluppo di nuove tecnologie e l’utilizzo di contanti – risulti insufficientemente analizzata o compresa”.
In particolare, gli ispettori hanno riporato come l’Unità di informazione e analisi finanziaria di Malta sia sì un’importante fonte di informazioni finanziarie per la Polizia, ma anche che quelle “segnalazioni trasmesse ai nuclei investigativi sono utilizzate soltanto in un numero limitato di casi per costituire prove e rintracciare proventi illeciti legati al riciclaggio di capitali e al finanziamento del terrorismo”. Cioè si segnala ma non si reprimere. E infatti “le inchieste e le azioni giudiziarie non sembrano adeguate rispetto al profilo di rischio del Paese”. Inoltre “le forze di polizia non sono attualmente in grado di indagare efficacemente e tempestivamente su casi complessi di riciclaggio di alto livello legati a reati finanziari, di corruzione e di concussione. Sono necessari miglioramenti sostanziali riguardanti la confisca di proventi illeciti derivanti da riciclaggio di denaro e altri reati presupposto ad esso associati”.
E se la lotta al riciclaggio piange, certo quella al terrorismo non ride: sebbene La Valletta disponga di un solido quadro giuridico per lottare contro il finanziamento del terrorismo, il rapporto rileva che “sono state condotte finora poche indagini, a conclusione delle quali non è stato avviato alcun procedimento penale, né ci sono state condanne”. E anche qui si fa presente che “le azioni intraprese dalle autorità non sono pienamente sufficienti rispetto al livello di esposizione del paese a possibili rischi di finanziamento del terrorismo”. Se banche e i casinò hanno dimostrato un buon livello di comprensione dei rischi, il grande problema sono gli intermediari finanziari non bancari e altre imprese e professioni non finanziarie, una giungla senza regole. Tanto che “il livello limitato di segnalazioni di operazioni sospette continua a destare preoccupazione in certi settori”.
In generale, vi sarebbero gravi carenze nel “momento dell’ingresso del capitale nel mercato, nella pertinenza di misure specifiche e appropriate per certi tipi di imprese e professioni non finanziarie e l’assenza di un modello di vigilanza globale, graduale e basato sul rischio”. Inoltre le sanzioni previste per il mancato rispetto dei requisiti in materia di lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo “non sono considerate efficaci, proporzionate e dissuasive”. Infine Malta non dispone di un’analisi approfondita del modo in cui i vari tipi di persone giuridiche e di istituti giuridici possano essere indebitamente utilizzati per il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo: “Manca un approccio articolato multisettoriale che consenta di concentrare in un unico luogo le informazioni sui beneficiari effettivi. Vista la natura e il volume delle attività commerciali a Malta, le multe per la mancata dichiarazione delle informazioni sul titolare effettivo di una persona giuridica non rappresentano sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive”, concludono gli ispettori. Per tutto il resto, però, l’isola non pone alcun problema.



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