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6 dic 2024

AAA fotoritocco offresi

Chi non ha foto da fotoritoccare, tutti.
C'è chi come James Fridman è andato oltre e arriva ad offrire un servizio alla sua clientela che sembra in continua crescita.



Si trova il suo portfolio su instagram. James Fridman

Altamente consigliato (*lettura dei commenti in inglese è necessario)

29 nov 2024

«Perché non si può parlare di genocidio a Gaza, ma di crimini di guerra e contro l'umanità»

 di Liliana Segre. 

A Gaza non ne ricorrono i caratteri tipici, mentre sono evidenti crimini di guerra e contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano

Le parole, a volte, diventano clave. Negli ultimi mesi ho fatto appelli per il cessate il fuoco, ho condannato le violenze, ho espresso la più profonda partecipazione al dramma delle vittime innocenti palestinesi e israeliane, ho invocato un rispetto sacrale verso i bambini di ogni nazionalità, di ogni credo, di ogni religione, ho manifestato ripulsa verso lo spirito di vendetta. Eppure, o ti adegui e ti unisci alla campagna che tende ad imporre l’uso del termine «genocidio» per descrivere l’operato di Israele nella guerra in corso nella Striscia di Gaza, o finisci subito nel mirino come «agente sionista». Le cose in realtà sono più complesse e colpisce che alcuni tra i più infervorati nell’uso contundente della parola malata si trovino in ambienti solitamente dediti alla cura, talora maniacale, del politicamente corretto, del linguaggio sorvegliato che si fa carico di tutte le suscettibilità fin nelle nicchie più minute.

Nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali — il Medz Yeghern degli armeni, l’Holodomor dei kulaki ucraini, la Shoah degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, la strage della borghesia cambogiana, lo sterminio dei tutsi in Ruanda — mentre sono piuttosto evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano. I caratteri tipici dei genocidi sono essenzialmente due, uno è la pianificazione della eliminazione, almeno nelle intenzioni completa, dell’etnia o del gruppo sociale oggetto della campagna genocidaria, l’altro è l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra. Anche i genocidi commessi durante le due guerre mondiali (armeni, ebrei, rom e sinti) non ebbero la guerra né come causa né come scopo, anzi furono eseguiti sottraendo uomini e mezzi allo sforzo bellico.

D’altronde, anche di fronte ad operazioni militari volte intenzionalmente a produrre vittime civili e che hanno causato morti innocenti nell’ordine di decine di migliaia (Dresda) o centinaia di migliaia in pochi giorni (Hiroshima e Nagasaki) o addirittura un milione (assedio di Leningrado), non si è mai parlato di genocidi. L’abuso della parola genocidio dovrebbe essere evitato con estrema cura per più di una ragione. In primo luogo, solo coprendosi occhi e orecchie si può evitare di percepire il compiacimento, la libidine con cui troppi sembrano cogliere un’opportunità per sbattere in faccia agli ebrei l’accusa di fare ad altri quello che è stato fatto a loro. Un complesso di colpa collettivo prodotto dalla storia si scioglie in un rabbioso sfregio liberatorio verso lo Stato ebraico di Israele, non solo equiparandolo ai nazisti ma rinfocolando tutti i più vieti stereotipi sugli ebrei vendicativi, suprematisti, assetati del sangue dei bambini non ebrei. L’impennata delle manifestazioni di antisemitismo nel mondo, a livelli mai visti da decenni, dimostra l’effetto devastante delle tossine che sono tornate in circolo.

In secondo luogo, l’accusa strumentale del genocidio proietta sull’intero Stato di Israele e su tutto il popolo israeliano — non solo sul pessimo governo in carica — l’immagine del male assoluto. Una demonizzazione ingiusta, ma anche controproducente per le prospettive di pace e convivenza. Ogni riduzione dell’altro a mostro, ogni cancellazione manichea delle sue ragioni — vale per i sostenitori acritici dei palestinesi, ma vale specularmente anche per i sostenitori acritici del governo israeliano — serve solo a perpetuare la guerra, a rinsaldare la trappola dell’odio e ad allontanare il giorno in cui potrà, dovrà sorgere uno Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele.

In terzo luogo, la cultura antifascista e antitotalitaria ha avvertito da sempre le implicazioni velenose delle operazioni di negazionismo, riduzionismo, relativizzazione, distorsione o banalizzazione dei genocidi. Di lì passano inesorabilmente le rivalutazioni delle peggiori dittature e le campagne nostalgiche. Da lì parte il sistematico abbassamento degli anticorpi che sorreggono la coscienza democratica dei cittadini. Inquieta che anche alcuni di coloro che meritoriamente si dedicano alla tutela e alla trasmissione della Memoria sembrino non capire che lasciar passare oggi l’abuso del termine genocidio significa produrre una crepa in un argine. E se crolla quell’argine, domani, potrà passare ben altro.

Corriere della sera 29/11/2024

29 feb 2024

Forse hanno ragione loro

Nonostante io mi consideri un instancabile promotore dell'inclusione in tutti gli ambiti della vita, scuola, famiglia, lavoro, sport, divertimento in genere, devo ammettere che ancora oggi mi succede spesso di interrogarmi su che cosa significhi

INCLUSIONE

e sul perché dovremmo applicarla e viverla nel nostro quotidiano.

Includere per me, in questo momento, significa "prendersi cura insieme", e in effetti le persone inclusive che conosco sono sempre attente, pazienti, coinvolte e rispettose verso gli altri che si trovano in difficoltà.


Non si celebrano quelli belli, forti, intelligenti, vincenti che abbondano nei social o nei posti fighi, ma si cercano la bellezza, la forza, le intelligenze in ogni loro declinazione, che scopriamo nel mondo e nelle persone che incontriamo.

L'inclusione è un impegno quotidiano verso chi è più fragile, è la creatività nel cercare sempre il modo, anche quando la speranza "è andata un attimo in bagno".

Inclusione è pazienza e ascolto verso parole e gesti all'inizio incomprensibili, ma che con il tempo e l'attenzione diventano puntini da unire, per scrivere parole e raccontare vissuti densi della più semplice e potente umanità.

Io non so quanto impegno chiede tutto questo,  so solo che mi fa sentire felice aiutare qualcuno che riesce ad andare oltre il suo limite.

 

 Il film è straordinario, si trova su prime video, il titolo è "The Specials". 

I francesi hanno grandi contraddizioni, da una parte producono film come questo e dall'altra hanno la scuola pubblica preclusa ai disabili, che raggruppano nelle scuole speciali.
In Italia siamo avanti nell'inclusione scolastica, ma cominciamo a dimenticarci le cose appena la scuola è finita.
Non sempre, non tutti, ma purtroppo ancora in troppi.

13 feb 2024

Disabili e società. Emma ha 18 anni, «ora dobbiamo lasciarla andare»

Una madre, una figlia con la sindrome di Down e un cerchio che si chiude. «La palla passa a lei». I pensieri, il tempo e l’orizzonte, tutto raccolto in un libro, intitolato “Diciotto” 
di Claudio Arrigoni corriere.it

Emma, il giorno del 18esimo compleanno
Sono diciotto. Gli anni di Emma e i regali che Martina ha pensato per lei. Chiusi in quelle capsule del tempo che non spariranno mai, perché sono nella mente e nel cuore. Una figlia che cresce e una mamma che sa coltivare la memoria per liberare il futuro. Diventa il regalo di Martina per Emma: una grande scatola che contiene 18 oggetti e 18 lettere. Gliela consegna il giorno prima della festa. Vuole un momento tutto per loro. Sono libri, vestiti, foto, ricordi di quel pezzo di vita trascorso insieme. È l’inizio, per entrambe, di un viaggio nel tempo che ha attraversato le loro vite, unite in una famiglia unica ma uguale a tante altre con l’amore dentro. Quel momento è diventato un racconto che non scade in pietismo o esaltazione, come sempre dovrebbe essere quando si affronta una condizione di vita potenzialmente discriminante. Perché Emma è nata con la sindrome di Down e questo è un particolare non secondario, ma rimane un particolare dentro una vita che ne ha tanti altri.

L’orizzonte
Diciotto , uscito nei giorni scorsi per Salani, non è un libro scritto dalla madre di una ragazza con sindrome di Down: «Mi sento molto mamma, e questo basta». Ed infatti è nato per una figlia e su una figlia, il loro rapporto e quello con il mondo, gli amici, la famiglia, la sorella e il fratello, le passioni e le sorprese. Viaggi, incontri, città e paesi diversi, culture nuove. La sindrome di Down è un pezzo dentro a tutto questo, niente di più e niente di meno. «Ho voluto e cercato di uscire dai confini di una condizione particolare, parlare ai genitori in maniera più larga». Una narrazione che era cominciata con lo Lo zaino di Emma , il primo libro in cui Martina Fuga, veneziana di nascita e milanese di adozione, la racconta, e che trova sublimazione in questo ultimo lavoro: «La celebrazione dei suoi diciotto anni era il perfezionamento di un ciclo di vita e mi sentivo di chiudere il cerchio per lasciare poi la palla a Emma, se avrà voglia di raccontarsi. Sentivo di avere come una scadenza, oltre quella data non volevo andare».

Il tempo
Si parte dalla nascita, ma non è la cronologia di una vita. Episodi che la fanno capire, quello sì. Le vacanze in America, il primo giorno di scuola, l’incontro con Papa Francesco, il primo appuntamento con un fidanzato, il rapporto con la sorella e il fratello («è stata forse la parte più difficile da affrontare, un tema centrale, la parte in cui un genitore si sente meno adeguato: è l’altra faccia del “dopo di noi”, una responsabilità che non deve essere in capo a loro»), le esigenze di una ragazza sempre più autonoma, consapevole, pronta ad affrontare la vita adulta.
Momenti. Martina che sta tornando dalla corsa del mattino, cuffie in testa e fiato corto. Una mamma e il suo bambino che stanno entrando in un portone. Lui la vede, le parla. Lei non sente, si ferma. «Era un bambino particolare, non so quale conto aperto avesse con la vita, ma lo aveva. Jeans, maglietta rossa e zainetto blu. Era bello, la pelle liscia e abbronzata, un sorriso generoso, occhi curiosi che cercavano qualcosa. Ho tolto in fretta le cuffie e gli ho detto: “Buongiorno, scusa, non ti ho sentito!”. “Dove vai?” mi ha chiesto. “A casa. Sono andata a correre e ora sto tornando a casa”. Non ho fatto in tempo a chiedergli “e tu?” che la mamma l’ha tirato dentro il portone. Lui voleva parlare con me e lei tirava. Avrei voluto parlare con lui. Davvero. Avrei anche voluto dire a quella mamma: “Va tutto bene, va tutto bene. So cosa stai pensando. So come ti senti. Mi fa piacere parlare con tuo figlio. Davvero”. Non c’è stato modo, sono stati inghiottiti dall’imbarazzo e dal disagio in un attimo. Ho ripreso i miei passi e appena girato l’angolo ho pianto le lacrime che avevo trattenuto lungo i chilometri di corsa del giorno. Quelle che accumulo nei pensieri ossessivi che mi tolgono il sonno e quelle che trovano posto solo nei miei passi». Quella sfumatura di preoccupazione che spesso è presente nei genitori di persone con disabilità, che hanno vissuto anche Martina e suo marito Paolo: «Non si vuole vederli rifiutare, in un tentativo di protezione che è anche verso noi stessi».

L'amore
Martina Fuga è una storica dell’arte, con diversi libri divulgativi scritti per ragazze e ragazzi, oltre a essere attivista per i diritti delle persone con disabilità e contro ogni tipo di discriminazione. Presidente dell’associazione Genitori e Persone con sindrome di Down e responsabile della comunicazione di Coordown, si occupa di disabilità per amore e di arte per mestiere, ma «non è chiaro dove finisca il mestiere e dove inizi l’amore». Quello che è dentro anche una famiglia meravigliosa, con Giulia e Lorenzo, insieme a Emma, diventati cittadini del mondo per viaggi e residenze. «Hanno frequentato le scuole in paesi e modalità diverse, da quella americana all’italiana, alla francese, anche in remoto per la pandemia. Per Emma l’esperienza forse più difficile è stata quella in Francia, dove ci sono ancora le classi speciali, è stato doloroso vivere quella esclusione». In Italia per lei c’è stato anche l’amore con Alessandro, con quel primo appuntamento da soli e le mamme a seguirli per un tratto a distanza: «Lo racconto in uno dei capitoli. L’amore sa scardinare dei tabù e ha bisogno di spazio, sempre e per tutti».

«L’AUTONOMIA E’ UN OBIETTIVO DI TUTTI, MA NON UGUALE PER TUTTI. SIGNIFICA ESSERE CONSAPEVOLI DI COSA SI HA BISOGNO, E COME CHIEDERLO»

La comunicazione
Un giorno di ormai diversi anni fa a Milano, Martina incontra un ragazzo di quelli che forse mai avrebbe immaginato: «Mi dice: gioco a calcio. Gli dico: mi occupo di arte. Ho capito una volta di più che bisogna conoscere le persone oltre le etichette». Perché poi con Paolo si è sposata e ha girato l’Europa insieme ai tre figli per seguirlo come giocatore prima e allenatore poi, fra Istanbul, Nantes, Londra. Nel calcio non una meteora: Orlandoni è uno di quelli del triplete con l’Inter di Mourinho, tanto per capirsi. «Diciamo che lui ha imparato a frequentare le mostre con me e io a frequentare gli stadi con lui». In una delle prime capsule del tempo dentro Diciotto ci sono i messaggi con Paolo nella notte della nascita. «Noi siamo molto positivi. Le preoccupazioni c’erano, ma siamo riusciti ad andare oltre». Perché Martina scopre quando Emma nasce che la condizione non è quella che ci si aspetta nei momenti in cui si addobba la cameretta o si pensa ai vestitini. «Fu importante la comunicazione, dolce e delicata. Non sempre è così, purtroppo. Ricordo quella notte. Una infermiera mi portò le foto di suo fratello, anche lui con la sindrome di Down. Mi raccontò la sua vita, le conquiste, gli affetti. Non sapevo nulla, fu fondamentale. Pensandoci poi, capisco quanto sia stata un’ancora, alla quale mi sono aggrappata in una notte tempestosa». Paolo era a casa con Giulia, Martina in ospedale. Parole che arrivano sui display di cellulari, lontani solo nello spazio.

I pensieri
«”Dormi? Io non riesco”. “Tu come stai?”. “Ieri sera quando sono rimasta sola ho avuto un momento di sconforto. Ero triste e pensavo a tutto quello che le mancherà e che non potrà fare, mai però ho pensato che mancherà qualcosa a noi”. “Non le mancherà niente...”. “La prenderanno in giro...”. “Non glielo permetteremo, saremo lì a proteggerla!”. “Si farà degli amici?”. “Certo che avrà degli amici, sarà estroversa e piena di amici come Giulia...”».
Sono i pensieri di ogni mamma e ogni papà che vedono una figlia o un figlio affacciarsi. La sindrome di Down pervade, ma non invade: «Il viaggio di Emma è verso l’autonomia, un obiettivo di tutti, ma non uguale per tutti. Significa essere consapevoli di cosa si ha bisogno e come chiederlo, se serve. Per affrontare il mondo e prendersi la vita».

15 gen 2024

Anarchia e riformismo, la lezione di Sergio Staino tra inciucio e presa in giro

di Tommaso Nannicini (Il Riformista 14 Gennaio 2024)

L’anarchia senza riformismo è una presa in giro: “Starsene con una bandiera rossa in mano sullo scoglio, bella soddisfazione”, per dirla con le sue parole. Ma il riformismo senza anarchia è inciucio, carrierismo, corruttela.

Il 2023 si è portato via tante cose, tra cui la spinta instancabile, profonda, contagiosa a fare politica di un grande intellettuale come Sergio Staino. Non ci ha portato via il suo sorriso, il cui ricordo è qui con noi a riscaldarci, e non ci ha portato via i lampi del suo pensiero, che restano a illuminarci. Penso invece alla funziona maieutica che sapeva svolgere su molti e molte di noi, quella capacità tutta sua di tirarti fuori la voglia di fare politica, di lottare per cambiare le cose, anche quando la disillusione ti aveva fiaccato le gambe. È con questa assenza, purtroppo, che dovremo imparare a fare i conti. Uno degli omaggi più belli dopo la sua scomparsa sta in una vignetta di Ellekappa, dove Bobo dice a Dio: “allora prima di tutto si fa questo inserto, organizziamo una presentazione, una mostra, un concerto, un dibattito, eh?” E Dio pensa sconsolato: “una volta qui era un paradiso”. Sergio era così. E per questo in tanti e tante lo adoravamo. Perché trovava sempre un modo per affrancarti dalle tue stanchezze, delusioni, paure. Dai compagno, diamoci da fare, non sei solo.

L’attività politica per Staino non era attivismo fine a sé stesso, o peggio voglia di esserci per forza e mettersi in mostra. Era vita. Che cosa significhi ce lo spiega Édouard Louis in un libro forte come un pugno sullo stomaco e dolce come una carezza sulla testa: “Chi ha ucciso mio padre” (Bompiani). L’autore ricorda una giornata di rara e spensierata allegria passata al mare, verso cui tutta la famiglia si era lanciata, in sei su una macchina per cinque, per festeggiare la decisione del governo di far salire di cento euro gli aiuti per il nuovo anno scolastico. Chiosa Louis: “Non ho mai visto le famiglie che hanno tutto andare a vedere il mare per festeggiare una decisione politica, perché la politica a loro non cambia quasi nulla. Me ne sono accorto quando sono andato a vivere a Parigi, lontano da te: i dominanti possono lamentarsi di un governo di sinistra, possono lamentarsi di un governo di destra, ma un governo non gli causa mai problemi di digestione, un governo non gli spacca la schiena, un governo non li spinge verso il mare. La politica non cambia la loro vita, o così poco. Anche questo è strano, fanno la politica e la politica non ha quasi nessun effetto sulla loro vita. Per i dominanti la politica è nella maggior parte dei casi una questione estetica: un modo di pensarsi, un modo di vedere il mondo, di costruire la propria persona. Per noi era questione di vita o di morte”.

Quando ho letto questo passaggio, che arriva dritto al cuore passando per lo stomaco, ho subito pensato a Sergio. E alla storia che amava ripetere di quando aveva visitato il penitenziario di Arezzo e alcuni carcerati gli avevano confessato di essere preoccupati per le imminenti elezioni, perché temevano che il vincitore avrebbe tolto i finanziamenti a un programma di formazione e orientamento che era la speranza che li faceva tirare avanti. Era vita. Questo è il senso della politica. Per questo dobbiamo farla. Per loro. Ti ripeteva a martello alla fine del racconto.

Fare politica per Staino, da uomo di sinistra, voleva dire tenere insieme anarchia e riformismo, sogno e concretezza. Perché il sol dell’avvenire ti serve a illuminare il cammino, a far crescere piante e germogli lungo la strada, ma se pensi di trasferirtici finisci per bruciarti. L’anarchia è il sogno di una società dove non ci sono sfruttati e ognuno è libero nella sostanza dei rapporti sociali, non solo nei diritti scritti sulla carta. Il riformismo è lo studio su come avvicinarsi anche solo di un centimetro a quel sogno: con quali alleanze sociali, con quali compromessi, capendo come far crescere la voglia di rapporti sociali più giusti nel cuore delle persone. L’anarchia senza riformismo è una presa in giro: “starsene con una bandiera rossa in mano sullo scoglio, bella soddisfazione”, per dirla con le sue parole. Ma il riformismo senza anarchia è inciucio, carrierismo, corruttela.

Il primo corollario di questa visione, per Staino, era il compito etico che spettava alla sinistra: quello di selezionare una classe dirigente degna di questo nome. Una classe dirigente che non si limiti “a fare discorsi belli” ma si cimenti con la fatica dello studio, dell’ascolto: una classe dirigente empatica e ferma nei suoi valori di riferimento. Le arrabbiature contro tizio o caio non erano mai personali in Sergio, non erano mai dettate dallo scontro tra opposti narcisismi. Fare politica con superficialità, senza studiare, pensando alla propria carriera piuttosto che ai carcerati di Arezzo: erano queste le cose che lo mandavano su tutte le furie, non certo un’idea diversa dalla sua.

Il secondo corollario di questa visione era la distanza da qualsiasi tentazione populista. “Ho pianto”, ci ha detto una volta per un’iniziativa dell’associazione Volare, quando le nostre e i nostri militanti hanno votato per il taglio dei parlamentari. Perché abbiamo dato cittadinanza all’idea che la politica è qualcosa da tagliare sempre e comunque, indipendentemente dalla sua qualità. Con i grillini, ci disse, dobbiamo allearci, ci mancherebbe altro: ci siamo alleati anche con i monarchici quando c’era da sconfiggere il fascismo! Ma una cosa è allearsi, una cosa è svendere le proprie idee, smarrire il senso di una politica che col “vaffa” e la superficialità non c’entra niente.

Ciao Sergio, continueremo a fare politica come ci hai insegnato tu. E non ti incavolare troppo se, strada facendo, torneremo a fare degli errori. Anzi. Un po’ fallo, perché l’eco delle tue rimbrottate ci arriverà anche da lassù, spingendoci – spero – a far tesoro anche di quegli errori.

TOMMASO NANNICINI


20 dic 2021

Il trasloco è un giudizio universale (su chi saremo): ci fa paura e ci rianima

 di Gaia Manzini (Corriere della Sera 20.12.2021)

Fare gli scatoloni, decidere cosa tenere e cosa buttare. Breve storia di un processo creativo che rivela chi eravamo. E compila il catalogo di un mondo possibile. Passando per Andrea Staid, André Gide, Virginia Woolf e Morgan

Elizabeth Hardwick è stata la più influente critica letteraria americana del Novecento. Era cresciuta nel Sud degli Stati Uniti, poi a un certo punto era partita per New York. Abitava in un albergo dove divideva la stanza con un amico del Kentucky, anche se a tutt’e due piacevano i maschi. Per molti anni aveva sempre vissuto in residenze per sole donne, luoghi temporanei, promiscui, di transizione. La sua vita si spostava spesso dentro agli scatoloni. In una lettera del 1962, scrive a Mary McCarthy, amica e scrittrice, del suo ennesimo trasloco, del suo ennesimo ritorno a New York.


«TRASFERIRSI ALTERA L’ALCHIMIA SU CUI SI BASA IL NOSTRO BENESSERE. EPPURE SAPPIAMO CHE LA FELICITÀ NON È MAI STATICA»

Il trasferimento da Boston non è stato facile, è stato come attraversare l’oceano con tutta la vita impacchettata. Il tavolo da disegno e il cassettone non erano pronti per questo esilio repentino; cinque piatti si sono rotti; i cassetti si sono sbeccati; gli orologi non torneranno più in vita. Alcuni oggetti si sono smarriti, altri – come il ritratto della zia – non troveranno più la via d’uscita dalla scatola che li ha trasportati. Scartati definitivamente. Perché cambiare casa è sempre la rivoluzione di un universo, in attesa che un altro universo trovi la giusta forma.

Il trauma di «San Franschifo»

Il cambiare casa è un momento decisivo nella vita di ciascuno di noi: un momento narrativo, verrebbe da dire, in cui prima si elabora e in parte cancella quanto c’è stato intorno a noi; poi nei giorni successivi si inizia un nuovo processo creativo, attraverso il quale trovare nuovi racconti di sé e del mondo che ci circonda. Riley Andersen, la giovane protagonista del film Inside Out vive in Minnesota; quando il lavoro del padre costringe la famiglia a trasferirsi a San Francisco non può trattenersi dal sentirsi delusa davanti alla nuova casa, piccola e spoglia. San Francisco verrà soprannominata San Franschifo, anche se l’origine dello sconforto è direttamente legata all’abitazione prima ancora che alla città. In fondo le città sono solo dei palcoscenici; non abitiamo mai davvero le città perché le città sono inabitabili, scrive Emanuele Coccia nella sua Filosofia della casa (Einaudi). Possiamo gironzolare per le strade, chiuderci in un ristorante, un teatro, un cinema, ma primo o poi torneremo a casa nostra. «È sempre e solo grazie e dentro una casa che abitiamo questo pianeta».

L’intimità costruita tra le mura di casa

La casa è il luogo in cui costruiamo un’intimità con una porzione di mondo fatta di oggetti, persone, animali, immagini, ricordi, che rendono possibile la nostra felicità. Ecco perché cambiare casa è sempre sconvolgente: traslocare altera, seppur momentaneamente, questa relazione intima, questa alchimia su cui si basa il nostro benessere. Eppure c’è un paradosso: la felicità non è mai qualcosa di statico, la nostra stessa vita è in continua evoluzione. Friedensreich Hundertwasser, artista e architetto di origini austriache, diceva che l’uomo possiede tre pelli: la propria, gli abiti e la dimora. Tutt’e e tre devono rinnovarsi, crescere e mutare. I cambiamenti sono nella natura delle cose. Se la terza pelle – cioè la casa – non si rinnova come le altre, si irrigidisce e muore, come la cute secca. Il rinnovamento della casa può essere un restauro, uno spostamento di mobili, un nuovo arredo, oppure un trasferimento, dunque un cambiamento radicale, perché è nei cambiamenti radicali che spesso troviamo i nuovi percorsi della nostra stessa personalità. Non è affatto vero, scriveva sempre Hardwick, che non importa dove abiti; non è vero che sei sempre tu sia a Dallas che a New York. Come non è vero che ognuno di noi è legato alla propria regione.

L’AUTRICE AMERICANA SOLNIT E LA SUA CASA A SAN FRANCISCO: «QUANDO ME NE ANDAI, MI RESI CONTO CHE ERO UNA PERSONA DIVERSA DA QUANDO CI ERO ENTRATA TANTI ANNI PRIMA»

L’esperienza (dura) di un’errata collocazione

Molti di noi sperimentano l’esperienza di un’errata collocazione. Vanno alla deriva cercando quella giusta, e forse in alcuni casi non la troveranno mai. Rebecca Solnit, scrittrice, giornalista e femminista americana, nel suo Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie) si rammenta della sua giovinezza a San Francisco, quando era ancora troppo giovane perché la sua vita somigliasse a qualcosa di definitivo. Un giorno andò a vedere un appartamento in una vecchia casa di legno, un monolocale bellissimo con due bovindi inondati di luce: quella divenne casa sua per molti anni. Ci si era trasferita che era ancora un quartiere abitato quasi soltanto da persone di colore e se ne andò quando ormai la gentrificazione lo aveva trasformato. Se ne andò perché anche lei si sentiva diversa: «La persona che se ne andò dalla casa nel Ventunesimo secolo non era la stessa che era andata ad abitarci tanti anni prima». Si costruisce qualcosa che è la vita, che è la propria identità in un continuo sforzo creativo che implica spesso il cambiare casa: lo sceglierne una nuova, il fermarsi a elaborare. I luoghi che abitiamo ci nutrono e ci completano. «In quel piccolo appartamento trovai una casa in cui trasformarmi, un posto dove stare mentre cambiavo e trovavo un posto fuori, nel mondo».

Carne e mattoni abitano uno dentro l’altro

C’era stata talmente tanto in quella casa, Rebecca Solnit, da avere l’impressione che lei e l’appartamento potessero abitare l’uno dentro l’altra, in una coincidenza perfetta. Per l’antropologo Andrea Staid (La casa vivente, add editore) il modo in cui le persone abitano costruisce la propria identità e cultura: abitare assume sempre il senso più ampio di prendersi cura di sé e degli altri. Non facciamo altro che passare il tempo a «fare luogo». Andrea Staid, che ha studiato le modalità abitative in tutto il mondo, ha messo in luce come nelle culture vernacolari la connessione tra l’architettura materiale e l’architettura simbolica sia più evidente, così è ad esempio per le yurte mongole o per gli inukshuk inuit. I tolek africani sono case di terra a forma di proiettile con un diametro di cinque-sette metri.

André Gide se ne innamorò a prima vista; per lui quelle case non erano l’opera di un muratore ma di un vasaio: luoghi in connessione armonica con il mondo circostante, propulsori di energia positiva della madre terra. Ida, protagonista della Storia di Elsa Morante, violentata dal soldato tedesco Gunther, continuerà a spostarsi insieme al figlio Useppe – nato proprio da quella violenza, ma comunque profondamente amato. La guerra, i bombardamenti, le fughe, i traslochi continui: ogni nuovo luogo, nonostante tutto, contiene in sé la promessa di trovare finalmente un’armonia, dunque la felicità.

L’ARCHITETTO HUNDERTWASSER: «L’UOMO POSSIEDE TRE PELLI, LA PROPRIA, GLI ABITI E LA DIMORA. TUTTI E TRE DEVONO RINNOVARSI»

Andiamo a vedere le case nuove dove ci trasferiremo, sono spazi vuoti che al momento possono anche comunicarci ben poco. Dobbiamo riempirli con la fantasia, iniziare a raccontarceli, immaginare lì dentro i nostri movimenti, la coreografia del nostro quotidiano. È un processo lungo, perché «uno spazio diventa un luogo quando propone a chi lo abita un riorientamento simbolico e identitario», scrive Staid. Tutti noi costruiamo una visione di noi stessi e del mondo a partire dalle nostre case. La storia di ognuno di noi parte da una casa, quella di famiglia: dunque da una radicale identificazione, oppure talvolta distacco rispetto a quello da cui veniamo. La casa dice chi siamo o chi vorremmo essere. Nella casa ci sono i nostri dolori, le nostre gioie, la nostra identità nuda. Per Primo Levi la casa era un luogo di memorie, deposito del proprio passato, e in qualche misura del presente. Nella casa stratifichiamo noi stessi e i nostri sogni; la casa è la geologia della nostra vita. Forse è proprio per questo che a volte fa bene liberarsene.

Smarrirsi fuori casa per aprirsi all’ignoto

Per Virginia Woolf, appena usciamo di casa, ci togliamo di dosso la consueta personalità: il che può essere una liberazione dalla nostra identità; l’anonimato è un modo per sentirci liberi. Fuori dalla conchiglia della nostra casa, diventiamo anonimi pedoni: ci smarriamo, non in senso letterale ma nel senso di aprirci verso l’ignoto; lo spazio fisico diventa spazio mentale. Lì è il momento fecondo della scrittura a occhi aperti, il momento in cui è facile immaginarci di essere qualcun altro. È il momento in cui possiamo essere illimitati; anche se poi a casa torneremo, prima o poi. E se la casa decidiamo di cambiarla in continuazione? Nel Libro delle case Andrea Bajani costruisce l’intera storia del suo protagonista descrivendo le molteplici abitazioni in cui ha vissuto. In fondo, è un romanzo sullo sradicamento: il personaggio non fa altro che andarsene, trasferirsi di casa in casa; avendone molte, è come se non ne avesse alcuna. Siamo spaventati dai traslochi, li vediamo come punti di non ritorno; eppure anche se ci spostiamo in continuazione non possiamo far altro che portarci dietro ciò che riteniamo necessario alla vita. Anche se ci spostiamo di continuo non possiamo far altro che cercare una casa e ridefinirci di volta in volta davanti agli scatoloni aperti; ogni volta ci mettiamo a fuoco sempre con maggiore precisione e rinnoviamo la nostra esistenza.

Trenta traslochi, 40 scatoloni in 48 ore

«Erano ovunque e avevano sfigurato il salotto in un labirinto di cartone, nastro adesivo e angosce… Stavo per prendere in mano il primo quando rimasi paralizzato da un grappolo di ricordi confusi – quante volte avevo ripetuto quello stesso gesto? Mi fermai un istante e provai a contare e a ricordare i traslochi già fatti. Trenta… Avevo avuto appena due giorni per chiudere casa. Quarantotto ore per comprare ottanta scatoloni, montarli, chiuderci dentro la mia vita – vestiti, stoviglie, libri, foto, ricordi – affittare un furgone, caricarlo e scaricarlo di nuovo, depositare tutto nel nuovo appartamento, riesumare la mia vita in un luogo che conoscevo appena» scrive Emanuele Coccia. I traslochi sono come il giudizio universale: si salva qualcosa e si condanna all’oblio il resto. Eppure è il trasloco che fa la casa, perché è un momento di elezione. Attraverso la scelta degli oggetti «facciamo casa», che è più importante della casa stessa. Facciamo il catalogo di un mondo possibile.

Cambiare. liberandoci di una parte di mondo

È per questo che traslocare, a volte, è così difficile: significa contemplare tutto quello di cui abbiamo bisogno per dire io in quella fase della nostra vita. È in questa stessa occasione che ci liberiamo di una parte di mondo che non ci appartiene più e mandiamo avanti la nostra esistenza. Come canta Morgan in Altrove: «Un ultimo sguardo / commosso all’arredamento / e chi si è visto si è visto».

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5 nov 2020

EDWARD LUTTWAK RANDELLA “THE DONALD”

“LA COLPA DI TRUMP? AVER AFFRONTATO DA ASSOLUTO INCOMPETENTE LA CRISI SANITARIA DEL CORONAVIRUS”. 

“L'HA PRESA SOTTOGAMBA. QUANDO LE HA DEDICATO UN'ATTENZIONE PARTICOLARE, LO HA FATTO PENSANDO CHE L'EMERGENZA GLI OFFRIVA L'OPPORTUNITÀ DI ESIBIRSI IN UNA CONFERENZA STAMPA-COMIZIO QUOTIDIANA - I DEMOCRATICI? DEVONO CAPIRE CHE GLI USA NON SONO UN PAESE DI ESTREMISTI DI SINISTRA A MAGGIORANZA AFRO AMERICANA. BIDEN DOVRÀ RIVEDERE LA SUA AGENDA POLITICA…”

Flavio Pompetti per il Messaggero

«Biden è il vincitore più che probabile delle elezioni; non ci sono strade aperte che puntino alla riconferma di Trump»
È lapidario il commento di Edward Luttwak, mentre le urne sono ancora aperte, e Donald Trump denuncia il furto dei voti del quale pensa di essere vittima. Così come articolato è il giudizio che il politologo dà del risultato delle urne.
Trump forse perderà, ma dà l'impressione di non aver perso un solo voto rispetto al 2016, né un singolo componente del suo elettorato?

«Trump poteva soltanto perdere questa elezione, e ci è riuscito benissimo. Era a capo di un' economia esuberante, e aveva liberato il paese dai balzelli di regolamenti punitivi per l' industria, alcuni dei quali erano un retaggio degli anni '70. Avrebbe dovuto schiacciare l' avversario sulla strada della rielezione, e farsi carico della riconquista della maggioranza repubblicana alla camera. È riuscito invece a buttare via tutto questo patrimonio, e regalarlo a Biden».

Di cosa è colpevole?
«Di aver affrontato da assoluto incompetente la crisi sanitaria del coronavirus. L'ha presa sottogamba. Quando le ha dedicato un' attenzione particolare, lo ha fatto pensando che l' emergenza gli offriva l'opportunità di esibirsi in una conferenza stampa-comizio quotidiana, da usare per promuovere se stesso agli occhi degli spettatori. 

La figlia Ivanka l'ha implorato di cambiare tono, ma lui ha finito addirittura per annoiarsi per via del formato ripetitivo, e si è addirittura sottratto dal confronto con il pubblico. Lo scarto tra le poche migliaia di voti che lo condanneranno alla sconfitta e il grande distacco che avrebbe dovuto dare all'avversario, è tutto in questo fallimento di gestione della crisi».

Anche Biden uscirà da questa elezione molto ridimensionato rispetto alle aspettative della vigilia?
«Non solo lui, ma l'intera lettura che il partito democratico ha fatto del paese durante questa campagna. Gli Usa non sono un paese di estremisti di sinistra a maggioranza afro americana. I progressisti dovranno prendere distanze nette dall' influenza dei socialisti che si sono fatti strada tra le sue file. Da questa elezione escono ridimensionati alla Camera, e battuti nell'ambizione di conquistare il Senato. Trump è uno sconfitto solitario e autolesionista, loro sono un' intera classe dirigente in diniego della realtà».

L'alternativa processuale per contestare l'esito del voto è percorribile per Trump?
«Non credo, e sinceramente mi auguro che non sia una strada che lui vorrà percorrere. Non è la prima volta nella storia del nostro paese che l' elezione si conclude con uno scarto minimo. Biden pagherà in termini politici il costo di un successo monco. L'agenda di sperpero della finanza pubblica che aveva in mente di realizzare con sovvenzioni a pioggia dovrà essere ridimensionata in luce dell' opposizione del Senato, che sbarrerà la strada ad iniziative troppo sbilanciate. Ma le regole sono chiare e vanno rispettate».

La transizione tra le due amministrazioni sarà lineare? Come risponderà la piazza?
«Non c' è nessun motivo di temere per il compimento di un processo istituzionale ben strutturato e ben difeso dalla legge. E le grida della piazza si esauriranno in tempi ragionevoli. L' estrema sinistra non ha nulla da celebrare dopo questa elezione, e le milizie armate potranno sparare qualche colpo in aria, ma poi riporranno le armi e torneranno a casa. È più urgente tornare a domandarsi cosa sono gli Stati Uniti dopo questa fase politica, e ridefinire le priorità nazionali in base al voto che è appena emerso dalle urne».

4 nov 2020

Sistema scolastico e disuguaglianze

Non è la didattica digitale che crea diseguaglianze, è la scuola in presenza che non le sa colmare

«Il sistema tradizionale basato su lezione frontale e interrogazioni è fatto per confermare le disparità in entrata. Privato della presenza fisica e del compito in classe che ratifica le insufficienze, va a pallino»

di Roberto Contessi insegnante di Liceo e scrittore dal Corriere


Ora che a colpi di legge si devono stabilire dei vincoli sugli spostamenti degli italiani, ecco che la didattica a distanza (Dad) si riaffaccia come strumento di contenimento. Messa così, la Dad sembra una sorta di medicina della Fata turchina che bisogna assumere a malincuore per svuotare strade e autobus dal traffico provocato dalle scuole. Ma è veramente solo questo? Le accuse più ricorrenti contro la didattica a distanza (che qualcuno chiama anche Didattica digitale integrata) sono di tre tipi: porterebbe le diseguaglianze nelle nostre aule, impoverirebbe la didattica sottraendo il contatto fisico tra professori e ragazzi, abbasserebbe la serietà dell’insegnamento. 

Prendiamoci il tempo per ragionare.

La questione della diseguaglianza è quella che mi sta più a cuore. L’accusa si basa sulla differenza di capacità digitali esistenti tra le famiglie italiane, consistente non solo in maggiori o minori competenze ma soprattutto in un’ineguale distribuzione di dispositivi digitali - computer, tablet o altro – e soprattutto di reti efficaci per trasportare il segnale. 

Il tema ovviamente esiste, e forse meritava più attenzione rispetto ai banchi a rotelle, però, la questione non si chiude in questo modo. Per un verso, bisogna sapere che quell’oggetto diabolico chiamato cellulare, in mano a tutti i nostri studenti, garantisce comunque un accesso essenziale alla Dad, cioè alle piattaforme di insegnamento on line. D’altro canto, bisogna sapere che il sistema di istruzione in presenza, lui stesso, mantiene e garantisce le disuguaglianze culturali di partenza tra gli studenti italiani.

Ovviamente chi tocca questo argomento si scotta, perché è scomodo e nessuno ne parla di buon grado, ma, stando alle rilevazioni statistiche sui profitti medi dei nostri figli e nipoti, il metodo di insegnamento tradizionale non recupera le loro debolezze di partenza: dunque, a scuola vanno bene studentesse e studenti che provengono da contesti familiari felici e attenti, mentre va male chi proviene da contesti familiari distratti o infelici. Amen. 

Nonostante ciò, oltre a sottolineare a gran voce la scontata pagliuzza della Dad, mi sorprende che non si alzi una sola voce verso l’incapacità della nostra scuola in presenza di rappresentare un ascensore culturale e sociale per chi non nasca in un contesto fortunato. La lezione frontale e la sequenza spiego-interrogo rimangono ancora le forme didattiche prevalenti in licei ed istituti tecnici, inefficaci verso i ragazzi deboli perché in grado semplicemente di confermare i valori in entrata. Non è tutto.

Le due accuse alla Dad, citate in precedenza, sono figlie della mancata messa a fuoco di questo elemento decisivo. Un metodo didattico, già di scarsa efficacia in presenza, collassa nel momento in cui si cambia lo strumento di interazione. 

Detto in altri termini, se i professori trasferiscono online la lezione frontale e la sequenza spiego-interrogo, si trovano privi dell’unico strumento di potere che permette loro di mantenere l’ordine del gruppo classe: la coercizione. Privati della presenza fisica che costringe gli studenti a manifestare attenzione (spesso di facciata) e privati del compito in classe che ratifica i valori insufficienti, il sistema tradizionale va completamente a pallino. Casca per colpa del mezzo informatico? Il mezzo informatico porta semplicemente alla luce l’assenza spesso di qualsiasi elemento di coinvolgimento, di motivazione, di ingaggio che esiste nella lezione.


Laddove non c’è interesse, i ragazzi in Dad partecipano in pigiama, oscurano il video, si nascondono, e il metodo tradizionale lascia il professore solo con la sua frustrazione di avere davanti a sé un uditorio che realizza la fuga dalla scuola che covava da tempo.
E spesso anche lui abbandona il campo.

Intendiamoci: non c’è nulla di cui gioire. Un sistema scolastico in presenza che lascia indietro quasi sette ragazzi su dieci, secondo le stime Invalsi, Ocse-Pisa e Almadiploma, mostra tutti i suoi limiti quando si esce dall’ambiente classe, fosse solo con l’uso di un computer. Quei sette ragazzi su dieci sono un grosso problema, perché avranno difficoltà a studiare dopo la scuola, a formarsi, a preparare un concorso, a trovare un lavoro e la stupida felicità per essersi sottratti ad una lezione noiosa, diventa una questione molto seria quando si troveranno in possesso di capacità di leggere, scrivere e far di conto solo basilari. E qui il mio tono diventa estremamente grave.

La pandemia mostra il nervo scoperto delle nostre debolezze. L’inefficacia del metodo didattico tradizionale è una di queste perché mostra che la scuola si limita spesso a confermare le disuguaglianze di partenza. Si può continuare a girare la testa, e gettare la croce sul computer o sulle piattaforme come Meet o Teams, irridendole come la causa di un disagio formativo. Oggi però abbiamo prove quantitative ed inequivocabili che è il sistema formativo in sé a mantenere rendite di posizione: non è il computer a rendere la scuola inefficace, ma è il patto del silenzio per una offerta formativa al ribasso che unisce professori, studenti, presidi e genitori. 

Non sarà il caso di iniziare ad affrontare il problema?

9 ott 2020

L'ultima lezione di Liliana Segre



E' bastevole ascoltare, immaginare e provare a sentirsi dentro ad una storia che ha riguardato altri, ma che potrebbe sempre toccare ad ognuno di noi.

25 apr 2020

Il 25 aprile resiste all'usura del tempo ...

 ... e alle insidie degli uomini.
Un motivo ci sarà, anzi c'è. Il Pojana prova a raccontarcelo, e mi sembra ci riesca bene.


24 mar 2020

Btp, azioni, obbligazioni, oro e petrolio

I titoli per difendersi e guadagnare.
di Adriano Barrì, Angelo Drusiani, Pieremilio Gadda | Corriere della Sera

Le perdite
Forse non sarà più come prima. O forse sì. 
Ma adesso è impossibile dirlo. La guerra contro il coronavirus — il paragone bellico è giustificato, purtroppo, dalla dolorosa conta delle vittime e dal tenore delle misure emergenziali — lascerà traccia nelle nostre vite di cittadini e di lavoratori. E anche di investitori. In un mese, Piazza Affari ha perso il 40% della capitalizzazione di Borsa (dato al 18 marzo), il paniere europeo è a -37%, Wall Street fa -31%. L’indice Vix che misura la volatilità attesa dell’S&P500 è schizzato sopra gli 80 punti, rievocando il dopo Lehman Brothers. Chi veste i panni dell’investitore — dimenticando, per un momento, le drammatiche implicazioni umane e sociali della crisi sanitaria — può iniziare a chiedersi se una correzione così drastica non apra la strada a un’occasione d’acquisto.corriere


Il ballo dei listini
«Nelle prossime settimane non si può escludere un ulteriore test dei minimi raggiunti nei giorni scorsi», premette Emilio Franco, ad di Mediobanca sgr. «Ma la violenza e la velocità della caduta hanno pochissimi termini di paragone nella storia dei mercati finanziari. Vengono in mente il 1929, il 1987 e il 2008. Se l’orizzonte di riferimento è di almeno un anno non c’è dubbio che il crollo dei prezzi presenti delle opportunità» (vedi esempi nei tre box). A una condizione: «Oggi facciamo i conti con un mercato vulnerabile, segnato da alcuni gravi malfunzionamenti, primo tra tutti l’illiquidità che ha paralizzato quasi tutte le classi di attivo. Chi entra oggi deve sapere che i listini continueranno a ballare per almeno un mese e mezzo o due», calcola Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet am. È questo, nella migliore delle ipotesi, spiega, il tempo necessario per raggiungere il picco del contagio, almeno in Europa. Dopodiché, in ogni caso, il ritorno dell’attività economica ai livelli pre-crisi non sarà immediato.


Assestamenti
«I mercati all’inizio credevano di avere a che fare con uno choc prevalentemente regionale, in Cina, accompagnato da una crisi dell’offerta — per l’interruzione delle catene di fornitura globali — e con effetti pesanti nel breve, ma efficacemente contrastabili con misure monetarie e fiscali. Si sono ritrovati a fare i conti con il timore di una crisi globale della domanda e dell’offerta e con effetti più duraturi. Il cambiamento di paradigma si è tradotto in un riprezzamento violento, amplificato dal senso di incertezza personale», spiega Franco. Ora si tratta ci capire se la ripresa sarà a V — un collasso seguito da un rimbalzo vigoroso — oppure a U, con una fase più lunga di assestamento. Il mercato già sconta una recessione di media entità. «Basti pensare che il calo della capitalizzazione di Borsa subito dall’Euro Stoxx — calcola Franco — è pari a cinque volte tutti gli utili generati dalle imprese europee nell’intero 2019. Se questa si trasformasse in una recessione profonda, a causa di un’insufficiente risposta dei policy maker, i listini potrebbero perdere un altro 10/15% da questi livelli. Un avvitamento è però ora meno probabile alla luce degli interventi eccezionali di questi giorni, sul fronte monetario e fiscale. Dopo un calo temporaneo ci sarà una ripartenza. Le imprese ricominceranno a fare profitti».


Segnali da decifrare
Goldman Sachs ha calcolato che in occasione delle precedenti 11 recessioni Usa, l’S&P500 abbia perso in media il 30% (il peggiore crollo fu nel 2007-09, -57%). Sei mesi dopo aver toccato il fondo, Wall Street guadagnava già, in media, il 26%. La stessa banca d’affari americana ipotizza che l’S&P500 possa scivolare fino a 2000 punti a metà anno (-16% dai valori attuali), per risalire fino a 3300 punti in 12 mesi, + 37%. Nello stesso arco di tempo, l’Europa farebbe +28%. Nel caso quali Borse scatteranno per prime? «Il mercato sembra disposto a premiare i paesi che hanno già vinto la battaglia contro il virus», osserva Delitala. «La Cina — che per la prima volta il 19 marzo non ha registrato nuovi contagi — potrebbe essere favorita. Poi l’Europa, e a seguire gli Usa». Cosa può rimettere le Borse in carreggiata? Ovviamente servirebbe un chiaro segnale di successo in Europa nel contenimento dell’infezione, con una stabilizzazione della curva di contagio. O magari la scoperta di una terapia medica efficace. Secondo Franco, probabilmente siamo sulla strada giusta per portare i listini su un sentiero di ripresa sostenibile, «grazie al crescente coordinamento delle iniziative di stimolo fiscale a livello europeo e globale, puntellate da eccezionali iniziative delle banche centrali che dovrebbero dare ancoraggio alle emorragie di fiducia». Insomma la ripartenza potrebbe esserci.


Le cedole dei 20 big/1
Il Covid-19 mette il turbo ai dividendi. Ma il futuro è pieno di incertezze. Prima dell’esplosione dell’epidemia in Italia gli investitori si apprestavano a iniziare la stagione della raccolta delle cedole. Una mietitura che si annunciava tra le più generose degli ultimi anni. Il rendimento delle cedole dei titoli di Piazza Affari, che pre-crisi sanitaria, trattava sui massimi degli ultimi 10 anni, restava intorno al 4% con punte non distanti dal 10% come nel caso di Intesa Sanpaolo, Eni ed Fca. Quest’ultima programmando anche la distribuzione di una cedola straordinaria in vista dell’aggregazione con Peugeot. Il crollo seguito al 21 febbraio non ha fatto altro che alzare i redimenti su livelli, forse irripetibili, considerato che il bilancio 2020 sconterà una recessione. La flessione media del mercato italiano del 30% ha così spinto in alto i rendimento su livelli ben oltre il 10%. E nessuno, sinora, ha rivisto i propri programmi di distribuzione degli utili. Confermate, per ora, anche le assemblee dei soci a cui spetta l’ultima parola per decidere su importo e stacco.


Le cedole dei 20 big/2
L’Economia del Corriere ha confrontato tutte le società di Piazza affari con oltre 1 miliardo di euro di capitalizzazione. Sono state selezionate le prime 20 per rendimento della cedola pre crisi sanitaria confrontando le cedole prima e dopo il 21 febbraio. Dal quartier generale di Intesa Sanpaolo non sono arrivate marce indietro. Anzi, è confermata l’assemblea del 27 aprile in via telematica. La riunione è importante non solo per l’approvazione del bilancio 2019, ma anche per l’ aumento di capitale per emettere le nuove azioni a favore dell’offerta pubblica di scambio per Ubi Banca. Anche Eni non fa marcia indietro sul dividendo nonostante la revisione delle stime sui prezzi del prezzo del petrolio e del piano 2020-21 con il ritiro del programma di buy back da 400 milioni. Nel frattempo l’ad Descalzi, in scadenza, ha acquistato 30 mila azioni per 200 mila euro.


Titoli di Stato molto brevi
Da meno 0,5% a quasi 1% in tre settimane. Passando da livelli anche superiori all’1,5% prima che la Bce annunciasse il bazooka da 750 miliardi. Sono i rendimenti dei titoli di Stato più brevi, con scadenza compresa tra 39 giorni e 38 mesi, che a causa dell’effetto del virus sono scivolati sotto 100 per quanto riguarda i prezzi e hanno riguadagnato il segno più davanti ai rendimenti. Ci sarà chi si chiede perché manchino nella tabella i Bot o i Ctz. La risposta è semplice: meglio i Btp con scadenze analoghe (quello che rimborsa nel maggio 2020 è quasi come un Bot trimestrale o un pronti termine) perché hanno un maggior grado di liquidità nel mercato al dettaglio, quello dove, volendo, si scambia anche solo un titolo da mille euro. A lato di ogni emissione c’e’ un’indicazione, che aiuta a collocare il Btp nella mappa delle cedole e delle opportunità. Il più lungo, quello che scade nel maggio 2023, il 21 febbraio costava 101 e aveva un rendimento negativo dello 0,05, oggi costa 97 e rende lo 0,95%. Un guaio se ci mettiamo (e ce la dovremo mettere) la casacca da contribuenti. Il conto del maggior spread di questi giorni, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, ha già superato i 3 miliardi. Un’opportunità se ci possiamo mettere quella degli investitori, senza rischiare nemmeno troppo visto che parliamo di scadenze al massimo triennali e che la Bce è in campo. E interviene. La nota a margine di ognuno delle 10 emissioni segnalate fa anche il conto delle cedole che si incasseranno da qui a scadenza. Nel caso del Btp luglio 2022 ne mancano quattro. Numero che aumenta per le durate successive, più lunghe ancora. Il confronto con le quotazioni del 21 febbraio scorso non è casuale, perché è dal lunedì 24 successivo che la pandemia ha fatto aumentare il differenziale di rendimento tra Btp e Bund tedesco. Un movimento che ha riportato indietro l’orologio delle spread anche fino al settembre 2013. In passato chi ha scommesso sul ritorno alla normalità dei Btp è stato premiato. Ma nulla è garantito. Anche questo va ricordato.


Btp e Bond lunghi, anche perpetui

Ben più accentuato è l’effetto virus sui valori di scambio sia dei Btp con durata media e lunga, fino alla scadenza trentennale, sia sulle emissioni societarie, una bancaria, Mediobanca, e l’altra automobilistica, Volkswagen. Ambedue sono obbligazioni subordinate (le più rischiose), ma con taglio minimo sottoscrivibile di mille euro. Accessibile a tutti, a condizione che il profilo di rischio (Questionario Mifid II) lo consenta. Sulla quotazione dell’emissione tedesca il virus si è abbattuto con violenza: più di dieci punti persi. E, in compenso, più che triplicato il rendimento passato in tre settimane dall’1,98% a oltre il 7%: quest’ultimo è calcolato sulla base dell’ipotetico rimborso al 20 marzo 2022, la prima «finestra» (ma non assicurata) per chi sceglie il bond. Meno vistoso l’effetto sul rendimento del Btp trentennale, passato dall’1,92% al 2,38%, con un calo di prezzo da 112 a 101, complice anche la presenza della Bce tra gli acquirenti. Pure per questi titoli è interessante verificare quante cedole riscuote chi investe in Btp: si arriva a oltre sessanta, se si opta per la scadenza 2050. La selezione dei dieci bond nella tabella dei «lunghi» va da una scadenza minima di 4 anni e 101 giorni ad una massima «perpetua», nel caso del bond societario di Volkswagen. A questi prezzi inserirne una quota in portafoglio potrebbe rappresentare una buona strategia. Ma bisogna, appunto, avere spalle larghe rispetto al rischio. Il Btp 2030 e il Btp 2036 sono strumenti adatti al trading (compravendita ravvicinata per guadagnare sulle forti oscillazioni dei prezzi) e ora tornano interessanti per l’accredito del flusso cedolare semestrale. Una strategia che fino a poche settimane fa era poco praticabile per l’eccessiva caduta dei rendimenti. Sarà vincente in caso di rasserenamento. Auspicabile, possibile. Mai scontato.

16 mar 2020

Tra gli italiani, eroi e cialtroni

"C'è chi si rimbocca le maniche e chi fa il furbo".

Intervista ad Alessandro Barbero: "Non è una novità. È il modo in cui gli italiani si sono comportati anche nella Seconda guerra mondiale".
By Nicola Mirenzi HuffPost

L’immagine è contraddittoria: “La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso. Anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni. C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta. Ci sono quelli che si rimboccano le maniche e quelli che fanno i furbi. Non è una novità. È il modo in cui gli italiani si sono comportati anche nella Seconda guerra mondiale”. All’ultima prova della storia a cui siamo chiamati a rispondere, dice Alessandro Barbero – ordinario di storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale e apprezzatissimo narratore storico (le sue lezioni online hanno centinaia di migliaia di visualizzazioni) – noi italiani di oggi assomigliamo parecchio agli italiani di ieri.

“Se pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale i tedeschi, i russi, gli americani, gli inglesi, ci rendiamo conto che, con certe ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo. L’Italia, invece, ha oscillato tra gli estremi. Abbiamo avuto, a tutti i livelli, esempi di incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità, che ci hanno portato a disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ci ride dietro. E abbiamo combattuto battaglie gloriose. Il popolo contadino ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria. Così come gli abitanti delle città bombardate. Il paese ha tenuto duro in circostanze spaventose. Distrutto, ridotto alla fame, spaventato. È riuscito a rialzarsi appena la guerra è finita. Nonostante l’incompetenza, la dabbenaggine, che pure ci sono state. Ecco: la situazione, oggi, non mi sembra così diversa”.

A chi pensa?
Penso ai medici e agli infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. E penso a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare. Penso a tutti quelli che rimangono chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri. E penso ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio. Penso a chi ha messo i propri interessi in secondo piano, e penso agli imprenditori che guardano il crollo dei propri ricavi e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Ma andiamo avanti lo stesso, se continuiamo così sarà un disastro per le nostre casse”.

Lo storico può scorgere nelle epidemie qualcosa di positivo?
All’inizio del Quattrocento, dopo la peste violentissima del 1348 e altre crisi epidemiche successive, il mondo si accorse che aveva risolto un problema. Nei primi anni del Trecento, c’erano troppe bocche da sfamare. Alla fine del secolo, era rimasta metà della popolazione. C’era cibo per tutti. Gli operai potevano rivendicare salari più alti. Cominciavano a esserci soldi anche per il superfluo. E si misero in moto parecchie innovazioni benefiche per l’economia. Certo, questo è quello che osserva uno storico, studiando un arco di tempo lungo. Mentre i contemporanei – nessuno dei quali aveva potuto vivere tutto il secolo – sperimentavano un altro sentimento: il dolore per le vite perdute.

Può succedere qualcosa del genere anche oggi?
La peste del Trecento cambiò radicalmente gli equilibri demografici mondiali. Il coronavirus non sembra possa fare niente del genere.

C’è chi dice, molto cinicamente: “Uccide i vecchi”.
Fin dagli anni cinquanta, gli scrittori di fantascienza americani hanno cominciato a immaginare un futuro nel quale l’uomo sarebbe stato messo di fronte a una scelta crudele: uccidere gli anziani, troppo costosi da mantenere, per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. E non mi sorprende che, in questa circostanza, il tema emerga. L’astratta ragione economica, di fronte alla decimazione dei vecchi, potrebbe dire: “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”. La ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere. Poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”. È il conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, quegli scrittori.

Non possiamo ricavarne niente di buono, quindi?
Una conseguenza positiva ci potrebbe essere. Nella mentalità collettiva, nel modo in cui concepiamo le cose. Siamo abituati a pensare che il futuro sia prevedibile. Addirittura, gli economisti e i politici credono di poter misurare fino ai decimali quanto crescerà il nostro Prodotto interno lordo. Poi, un virus sconosciuto si diffonde in Cina e tutto ciò su cui basavamo le nostre scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.   

Perché la prima cosa a cui abbiamo pensato è la “peste”?
Peste è il nome che gli uomini hanno sempre dato alle malattie contagiose e mortali. Nella storia, si chiama ‘peste di Atene’ la malattia che colpì la città greca nel Quattrocento avanti Cristo. ‘Peste antonina’ l’epidemia che contagiò Roma nel Secondo secolo dopo Cristo, uccidendo anche l’imperatore Marco Aurelio. Sebbene, gli studiosi sappiano che non si trattava propriamente di peste. Probabilmente, era vaiolo. Soprattutto, nel secondo caso.

Oggi lo sanno tutti che non si tratta di peste.
Eppure, la parola “peste” è una parola che mobilita il nostro immaginario. Non si riferisce tanto al batterio che causa la malattia, ma alla paura della malattia indomabile che si è trasmessa fino a noi, seguendo una catena lunghissima di memorie. Manzoni racconta che, quando la peste arriva a Milano, le autorità hanno paura di nominarla. Dicono: “Febbre, contagio”. Oggi succede la stessa cosa con la parola virus. Improvvisamente, un termine che fino a poche settimane fa usavamo in maniera disinvolta, ci terrorizza. L’altro giorno, alla radio, una conduttrice parlava di una fotografia. Diceva: “L’avete vista tutti, è diventata…”. Stava per dire “virale” e si è bloccata. Era diventata una parola spaventosa.

In questi giorni, usiamo un’altra parola familiare per uno storico: la guerra. “Siamo in guerra”, si dice. È vero?
La guerra puoi scatenarla, oppure subirla: in ogni caso, hai di fronte una controparte. Con un virus, non puoi firmare un trattato di pace. Detto questo, un elemento in comune con la guerra c’è.

Qual è?
È che le autorità possono dire alla gente: “Mi dispiace, ma in questo momento i tuoi interessi personali passano in secondo piano. Ora, devi obbedire e sacrificarti in nome di qualcosa di più grande di te”.

Ma il sacrificio richiesto è paragonabile?
Ciò che lo stato italiano ci sta chiedendo ci appare enorme. Non possiamo più uscire a fare una passeggiata, né andare a cena fuori, e nemmeno raggiungere un amico a casa. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settant’anni della sua vita in pace, è una rinuncia gigantesca. Tuttavia è poco, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. Quando chiamò tutti i maschi che potevano combattere e disse a ciascuno di loro: “Ora tu lasci la tua casa, tua moglie, i tuoi figli, il tuo lavoro e te ne vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure – se ti va bene – farai una vita orrenda per anni. E lo fai. Perché questo è un ordine”.

Vuol dire che stiamo esagerando?
Voglio dire che il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto. Chiederci di rimanere a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare al macello.

17 dic 2019

Il primo asilo nido comunale d'Italia festeggia 50 anni !!!


Scandiano, il primo asilo nido comunale d'Italia festeggia 50 anni: "Nacque grazie a donne e comunisti"
Nel piccolo centro in provincia di Reggio Emilia è stato festeggiato lo storico traguardo. 
Inaugurato nel febbraio del 1969, il nido "Leoni" di Scandiano è nato sulla scorta del boom economico e delle conseguenti rivendicazioni da parte delle lavoratrici locali. 
"Da queste parti esplose la ceramica e - racconta l'assessore comunale Elisa Davoli - fu richiesta manodopera femminile. La domanda diventò: che fare dei bambini più piccoli?". 
La risposta provenne direttamente dall'amministrazione locale, in particolare dall'allora sindaco ed ex-partigiano Amleto Paderni che, dopo un lungo braccio di ferro con il prefetto, riuscì a far aprire l'asilo finanziato direttamente dalle imprese del posto. 
"La Prefettura esercitò l'allora possibilità di veto sulle decisioni comunali perché - spiega un dirigente scolastico - non esisteva una legge sugli asili nidi, che arrivò due anni più tardi". 
La burocrazia da un lato e una certa resistenza all'emancipazione femminile dall'altro scatenarono proteste e manifestazioni da parte delle lavoratrici. 
"Alla fine il prefetto dovette cedere e consentì l'apertura dell'asilo. Per noi questa storia è un esempio di come si dovrebbe amministrare", ricorda l'attuale sindaco di Scandiano Matteo Nasciuti.

Video di Andrea Lattanzi

14 dic 2019

La simpatia non basta, alle sardine manca coraggio


Il sociologo all'Huffpost: "A me non dispiacerebbe che facessero un partito, in fondo sono una riedizione progressista ed europeista dell’idealismo 5 Stelle"


No, domani in piazza San Giovanni con le Sardine non ci sarà. “Non mi sento a mio agio con un movimento che enuncia valori ma non ha il coraggio - o la capacità? - di formulare obiettivi politici definiti”, spiega il sociologo Luca Ricolfi. Docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, presidente e responsabile scientifico della Fondazione “David Hume” e intellettuale “controcorrente”, spesso sferzante verso la sinistra - la sua parte politica - tra le Sardine non avverte un gran rispetto per l’avversario politico. “Per me - puntualizza - ha ragione Liliana Segre: l’odio va combattuto in tutte le sue forme”. Non che non siano simpatiche, le Sardine, a lui che, in un libro diventato un classico, ha indicato nell’antipatia “la malattia della sinistra, fatta di razzismo etico, senso di superiorità morale, disprezzo dell’avversario politico”. Epperò, questa simpatia, per gli anti salviniani partiti da Bologna “potrebbe rivelarsi un punto di debolezza”, avverte. E a differenza di quanto hanno fatto tanti, intellettuali analisti e commentatori, Ricolfi precisa che non gli dispiacerebbe se le Sardine - “in fondo una riedizione progressista ed europeista dell’idealismo Cinque Stelle”- “facessero un partito, inevitabilmente di sinistra: quello è il Dna della maggior parte di loro”. Anzi, “se le Sardine presentassero un loro simbolo e, anziché limitarsi a dar voce a chi detesta Salvini, si decidessero a esplicitare un vero programma politico - aggiunge - il Pd e i Cinque Stelle subirebbero un ridimensionamento micidiale”.

Professor Ricolfi, ha partecipato al flash mob a Torino?
No, preferivo le “madamine” pro-Tav, che avevano le idee chiare e si mobilitavano per qualcosa di specifico.

Riferendosi alla sinistra, 11 anni fa ha scritto “Perché siamo antipatici?”. Le Sardine, invece, sono simpatiche, sembra piacciano a tanti. Un loro punto di forza o potrebbe diventare un limite?
Veramente la prima edizione di “Perché siamo antipatici” è del 2005, l’edizione del 2008 veniva dopo il disastro elettorale della sinistra guidata da Veltroni, e sulle ragioni di quel disastro provava a riflettere (nella “Postfazione. Siamo ancora antipatici?”). Ci tengo a distinguere queste due date (2005 e 2008) perché, a mio parere, sul nodo cruciale dell’antipatia/simpatia della sinistra le cose erano sensibilmente migliorate con Veltroni, salvo poi riprecipitare con Renzi e soprattutto con i suoi successori.

In che senso?
Molto schematicamente: Walter Veltroni è stato l’unico leader che ha provato a curare la malattia della sinistra, fatta di razzismo etico, senso di superiorità morale, disprezzo dell’avversario politico. Veltroni ha tentato di metterla così: cari amici e compagni, Berlusconi è solo un avversario politico, non è il male assoluto, dobbiamo combattere le sue idee, non la sua persona. Questa sorta di “tregua morale” è durata più o meno un quinquennio, dal 2008 al 2013, ovvero per tutto il tempo in cui la lunga crisi ha costretto destra e sinistra a un minimo di cooperazione, e quindi di legittimazione reciproca. Poi la recessione è finita, sono esplosi gli sbarchi, Renzi ha iniziato a fare dell’accoglienza una discriminante etica, Salvini e la Lega hanno preso quota, fino a sorpassare Forza Italia alle politiche del 2018 - dieci anni dopo Veltroni. Il risultato è che la sinistra, oggi, è tornata a coltivare il razzismo etico, con Salvini nel ruolo che fu di Berlusconi. Che cosa c’entra tutto questo con la simpatia che le Sardine suscitano in tante persone, me compreso?

Ecco, cosa c’entra?
C’entra perché le Sardine sono la soluzione, probabilmente temporanea, di un classico problema della sinistra: come continuare a fare un discorso antipatico senza risultare a sua volta antipatica. Le Sardine sono simpatiche perché sono esterne all’establishment politico, si mostrano gentili, educate, animate da nobili ideali. Al tempo stesso fanno un discorso antipatico, che le fa ricadere nell’errore storico della sinistra nella seconda Repubblica: la disumanizzazione dell’avversario. Da questo punto di vista, la loro simpatia potrebbe rivelarsi un punto di debolezza: se sei personalmente simpatico, ma sei portatore di un discorso antipatico, rischi di non durare a lungo, o di avere un seguito modesto.

È appena uscito il suo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo) in cui lei fotografa un’organizzazione sociale, quella odierna in Italia, basata sulla ricchezza dei padri. In una società che campa di rendita, le Sardine possono segnare un’inversione di tendenza?
Più che segnare un’inversione di tendenza, le Sardine mi sembrano una delle manifestazioni più interessanti della “società signorile di massa”, o meglio del suo nucleo centrale, fatto di ceti medi urbani, istruiti, con una forte presenza di giovani e di donne. Una realtà lontanissima dagli operai e dai ceti più umili, le cui priorità sono assai più materiali e “basiche”.

I fondatori continuano a dire che questo movimento anti sovranista non diventerà mai un partito politico. Fanno bene o è un errore?
Dipende dal punto di vista.

Il suo qual è?
A me non spiacerebbe facessero un partito (inevitabilmente di sinistra: quello è il Dna della maggior parte delle Sardine), se non altro perché è difficile immaginare un ceto politico progressista peggiore di quello attuale. C’è però anche un’altra ragione per cui penso che un partito delle Sardine avrebbe un senso: in fondo le Sardine sono una riedizione progressista ed europeista dell’idealismo Cinque Stelle. E io trovo preferibile che a sinistra ci siano solo partiti di sinistra, anziché il guazzabuglio dell’attuale governo. Ovviamente tutto cambia dal punto di vista egoistico del Pd e dei Cinque Stelle. Se le Sardine presentassero un loro simbolo e, anziché limitarsi a dar voce a chi detesta Salvini, si decidessero a esplicitare un vero programma politico, il Pd e i Cinque Stelle subirebbero un ridimensionamento micidiale.

Il movimento delle Sardine è stato paragonato a quello dei Girotondi. Finirà allo stesso modo secondo lei?
Il destino della cosiddetta società civile è quasi sempre stato, in Italia, quello di andare a ingrossare le liste del maggiore partito della sinistra, dagli “indipendenti di sinistra” in poi. E anche oggi nessuno si stupirebbe se al giovane Mattia Santori venisse graziosamente offerto un seggio parlamentare come capolista del Pd in una città dell’Emilia-Romagna. Ma persino la storia della sinistra italiana potrebbe, prima o poi, riservare qualche sorpresa. Dopotutto il mesto destino dei Girotondi e del “Popolo viola” suggerisce di battere altre strade….

Fausto Bertinotti ha dichiarato che lo spazio per la rinascita della sinistra è fuori dalla politica: per esempio, nelle Sardine, nei movimenti ambientalisti. Lei che pensa?
Penso che Bertinotti, come tutti i delusi dall’evaporazione della sinistra, abbia contratto l’abitudine di proiettare sui primi venuti i sogni della propria giovinezza. Succedeva già a Marcuse e ad Adorno, delusi dall’imborghesimento della classe operaia, non mi stupisce che risucceda oggi a tanti. Perché lo schema è sempre quello: se al marxista viene a mancare la classe rivoluzionaria, non pensa che c’era nel marxismo qualcosa che non andava, ma che si tratta solo di cambiare il soggetto rivoluzionario. È così che si passa tranquillamente dagli operai della Ford e della Opel, ai neri, ai giovani, agli studenti, ai popoli del terzo mondo, per finire con i seguaci di Greta.

Le Sardine vengono associate alla sinistra, ma stanno incassando interesse e endorsement anche da ambienti della destra liberale. Anche CasaPound ha detto che il 14 dicembre parteciperà alla manifestazione.
Credo che le motivazioni di queste adesioni siano leggermente strumentali. I liberali di destra - penso a Forza Italia - non vedono l’ora di rivitalizzare se stessi ridimensionando il sovranista anti-europeo Salvini. Quanto a CasaPound non si lascia certo scappare l’occasione di ottenere un po’ di visibilità.

E lei domani in piazza San Giovanni a Roma ci andrà?
No, e per almeno due motivi (lasciando perdere il terzo: abito a Torino). Il primo è che non mi sento a mio agio con un movimento che enuncia valori ma non ha il coraggio - o la capacità? - di formulare obiettivi politici definiti. Il secondo motivo è che, pur avendo più volte criticato Salvini tanto per i suoi modi, quanto per alcune sue scelte - quota 100, ad esempio - io la penso come la pensava Veltroni nel 2008: l’avversario politico va rispettato. E invece, parlando con tante persone pronte a mobilitarsi, troppo spesso sento circolare ben altri sentimenti: dalla repulsa fisica al disprezzo, dall’intolleranza all’odio verso il non-uomo Salvini. Insomma, per me ha ragione Liliana Segre: l’odio va combattuto in tutte le sue forme.