«Mi era stato chiesto di raccontare non la storia economica dell’azienda, sulla quale esistono già molti studi, ma la vocazione sociale dei Marzotto», spiega Romano. «La cosa sorprendente è che mancava una ricostruzione completa. Eppure i documenti erano tutti lì».
9 ago 2026
«Mi era stato chiesto di raccontare non la storia economica dell’azienda, sulla quale esistono già molti studi, ma la vocazione sociale dei Marzotto», spiega Romano. «La cosa sorprendente è che mancava una ricostruzione completa. Eppure i documenti erano tutti lì».
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6 dic 2024
Chi non ha foto da fotoritoccare, tutti.
C'è chi come James Fridman è andato oltre e arriva ad offrire un servizio alla sua clientela che sembra in continua crescita.
Si trova il suo portfolio su instagram. James Fridman
Altamente consigliato (*lettura dei commenti in inglese è necessario)
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29 nov 2024
di Liliana Segre.
A Gaza non ne ricorrono i caratteri tipici, mentre sono evidenti crimini di guerra e contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israelianoLe parole, a volte, diventano clave. Negli ultimi mesi ho fatto appelli per il cessate il fuoco, ho condannato le violenze, ho espresso la più profonda partecipazione al dramma delle vittime innocenti palestinesi e israeliane, ho invocato un rispetto sacrale verso i bambini di ogni nazionalità, di ogni credo, di ogni religione, ho manifestato ripulsa verso lo spirito di vendetta. Eppure, o ti adegui e ti unisci alla campagna che tende ad imporre l’uso del termine «genocidio» per descrivere l’operato di Israele nella guerra in corso nella Striscia di Gaza, o finisci subito nel mirino come «agente sionista». Le cose in realtà sono più complesse e colpisce che alcuni tra i più infervorati nell’uso contundente della parola malata si trovino in ambienti solitamente dediti alla cura, talora maniacale, del politicamente corretto, del linguaggio sorvegliato che si fa carico di tutte le suscettibilità fin nelle nicchie più minute.
Nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali — il Medz Yeghern degli armeni, l’Holodomor dei kulaki ucraini, la Shoah degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, la strage della borghesia cambogiana, lo sterminio dei tutsi in Ruanda — mentre sono piuttosto evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano. I caratteri tipici dei genocidi sono essenzialmente due, uno è la pianificazione della eliminazione, almeno nelle intenzioni completa, dell’etnia o del gruppo sociale oggetto della campagna genocidaria, l’altro è l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra. Anche i genocidi commessi durante le due guerre mondiali (armeni, ebrei, rom e sinti) non ebbero la guerra né come causa né come scopo, anzi furono eseguiti sottraendo uomini e mezzi allo sforzo bellico.
D’altronde, anche di fronte ad operazioni militari volte intenzionalmente a produrre vittime civili e che hanno causato morti innocenti nell’ordine di decine di migliaia (Dresda) o centinaia di migliaia in pochi giorni (Hiroshima e Nagasaki) o addirittura un milione (assedio di Leningrado), non si è mai parlato di genocidi. L’abuso della parola genocidio dovrebbe essere evitato con estrema cura per più di una ragione. In primo luogo, solo coprendosi occhi e orecchie si può evitare di percepire il compiacimento, la libidine con cui troppi sembrano cogliere un’opportunità per sbattere in faccia agli ebrei l’accusa di fare ad altri quello che è stato fatto a loro. Un complesso di colpa collettivo prodotto dalla storia si scioglie in un rabbioso sfregio liberatorio verso lo Stato ebraico di Israele, non solo equiparandolo ai nazisti ma rinfocolando tutti i più vieti stereotipi sugli ebrei vendicativi, suprematisti, assetati del sangue dei bambini non ebrei. L’impennata delle manifestazioni di antisemitismo nel mondo, a livelli mai visti da decenni, dimostra l’effetto devastante delle tossine che sono tornate in circolo.
In secondo luogo, l’accusa strumentale del genocidio proietta sull’intero Stato di Israele e su tutto il popolo israeliano — non solo sul pessimo governo in carica — l’immagine del male assoluto. Una demonizzazione ingiusta, ma anche controproducente per le prospettive di pace e convivenza. Ogni riduzione dell’altro a mostro, ogni cancellazione manichea delle sue ragioni — vale per i sostenitori acritici dei palestinesi, ma vale specularmente anche per i sostenitori acritici del governo israeliano — serve solo a perpetuare la guerra, a rinsaldare la trappola dell’odio e ad allontanare il giorno in cui potrà, dovrà sorgere uno Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele.
In terzo luogo, la cultura antifascista e antitotalitaria ha avvertito da sempre le implicazioni velenose delle operazioni di negazionismo, riduzionismo, relativizzazione, distorsione o banalizzazione dei genocidi. Di lì passano inesorabilmente le rivalutazioni delle peggiori dittature e le campagne nostalgiche. Da lì parte il sistematico abbassamento degli anticorpi che sorreggono la coscienza democratica dei cittadini. Inquieta che anche alcuni di coloro che meritoriamente si dedicano alla tutela e alla trasmissione della Memoria sembrino non capire che lasciar passare oggi l’abuso del termine genocidio significa produrre una crepa in un argine. E se crolla quell’argine, domani, potrà passare ben altro.
Corriere della sera 29/11/2024
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29 feb 2024
e sul perché dovremmo applicarla e viverla nel nostro quotidiano.
Includere per me, in questo momento, significa "prendersi cura insieme", e in effetti le persone inclusive che conosco sono sempre attente, pazienti, coinvolte e rispettose verso gli altri che si trovano in difficoltà.
Non si celebrano quelli belli, forti, intelligenti, vincenti che abbondano nei social o nei posti fighi, ma si cercano la bellezza, la forza, le intelligenze in ogni loro declinazione, che scopriamo nel mondo e nelle persone che incontriamo.
L'inclusione è un impegno quotidiano verso chi è più fragile, è la creatività nel cercare sempre il modo, anche quando la speranza "è andata un attimo in bagno".
Inclusione è pazienza e ascolto verso parole e gesti all'inizio incomprensibili, ma che con il tempo e l'attenzione diventano puntini da unire, per scrivere parole e raccontare vissuti densi della più semplice e potente umanità.
Io non so quanto impegno chiede tutto questo, so solo che mi fa sentire felice aiutare qualcuno che riesce ad andare oltre il suo limite.
Il film è straordinario, si trova su prime video, il titolo è "The Specials".
I francesi hanno grandi contraddizioni, da una parte producono film come questo e dall'altra hanno la scuola pubblica preclusa ai disabili, che raggruppano nelle scuole speciali.
In Italia siamo avanti nell'inclusione scolastica, ma cominciamo a dimenticarci le cose appena la scuola è finita.
Non sempre, non tutti, ma purtroppo ancora in troppi.
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13 feb 2024
L’orizzonte
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15 gen 2024
di Tommaso Nannicini (Il Riformista 14 Gennaio 2024)
L’anarchia senza riformismo è una presa in giro: “Starsene con una bandiera rossa in mano sullo scoglio, bella soddisfazione”, per dirla con le sue parole. Ma il riformismo senza anarchia è inciucio, carrierismo, corruttela.
Il 2023 si è portato via tante cose, tra cui la spinta instancabile, profonda, contagiosa a fare politica di un grande intellettuale come Sergio Staino. Non ci ha portato via il suo sorriso, il cui ricordo è qui con noi a riscaldarci, e non ci ha portato via i lampi del suo pensiero, che restano a illuminarci. Penso invece alla funziona maieutica che sapeva svolgere su molti e molte di noi, quella capacità tutta sua di tirarti fuori la voglia di fare politica, di lottare per cambiare le cose, anche quando la disillusione ti aveva fiaccato le gambe. È con questa assenza, purtroppo, che dovremo imparare a fare i conti. Uno degli omaggi più belli dopo la sua scomparsa sta in una vignetta di Ellekappa, dove Bobo dice a Dio: “allora prima di tutto si fa questo inserto, organizziamo una presentazione, una mostra, un concerto, un dibattito, eh?” E Dio pensa sconsolato: “una volta qui era un paradiso”. Sergio era così. E per questo in tanti e tante lo adoravamo. Perché trovava sempre un modo per affrancarti dalle tue stanchezze, delusioni, paure. Dai compagno, diamoci da fare, non sei solo.L’attività politica per Staino non era attivismo fine a sé stesso, o peggio voglia di esserci per forza e mettersi in mostra. Era vita. Che cosa significhi ce lo spiega Édouard Louis in un libro forte come un pugno sullo stomaco e dolce come una carezza sulla testa: “Chi ha ucciso mio padre” (Bompiani). L’autore ricorda una giornata di rara e spensierata allegria passata al mare, verso cui tutta la famiglia si era lanciata, in sei su una macchina per cinque, per festeggiare la decisione del governo di far salire di cento euro gli aiuti per il nuovo anno scolastico. Chiosa Louis: “Non ho mai visto le famiglie che hanno tutto andare a vedere il mare per festeggiare una decisione politica, perché la politica a loro non cambia quasi nulla. Me ne sono accorto quando sono andato a vivere a Parigi, lontano da te: i dominanti possono lamentarsi di un governo di sinistra, possono lamentarsi di un governo di destra, ma un governo non gli causa mai problemi di digestione, un governo non gli spacca la schiena, un governo non li spinge verso il mare. La politica non cambia la loro vita, o così poco. Anche questo è strano, fanno la politica e la politica non ha quasi nessun effetto sulla loro vita. Per i dominanti la politica è nella maggior parte dei casi una questione estetica: un modo di pensarsi, un modo di vedere il mondo, di costruire la propria persona. Per noi era questione di vita o di morte”.
Quando ho letto questo passaggio, che arriva dritto al cuore passando per lo stomaco, ho subito pensato a Sergio. E alla storia che amava ripetere di quando aveva visitato il penitenziario di Arezzo e alcuni carcerati gli avevano confessato di essere preoccupati per le imminenti elezioni, perché temevano che il vincitore avrebbe tolto i finanziamenti a un programma di formazione e orientamento che era la speranza che li faceva tirare avanti. Era vita. Questo è il senso della politica. Per questo dobbiamo farla. Per loro. Ti ripeteva a martello alla fine del racconto.
Fare politica per Staino, da uomo di sinistra, voleva dire tenere insieme anarchia e riformismo, sogno e concretezza. Perché il sol dell’avvenire ti serve a illuminare il cammino, a far crescere piante e germogli lungo la strada, ma se pensi di trasferirtici finisci per bruciarti. L’anarchia è il sogno di una società dove non ci sono sfruttati e ognuno è libero nella sostanza dei rapporti sociali, non solo nei diritti scritti sulla carta. Il riformismo è lo studio su come avvicinarsi anche solo di un centimetro a quel sogno: con quali alleanze sociali, con quali compromessi, capendo come far crescere la voglia di rapporti sociali più giusti nel cuore delle persone. L’anarchia senza riformismo è una presa in giro: “starsene con una bandiera rossa in mano sullo scoglio, bella soddisfazione”, per dirla con le sue parole. Ma il riformismo senza anarchia è inciucio, carrierismo, corruttela.Il primo corollario di questa visione, per Staino, era il compito etico che spettava alla sinistra: quello di selezionare una classe dirigente degna di questo nome. Una classe dirigente che non si limiti “a fare discorsi belli” ma si cimenti con la fatica dello studio, dell’ascolto: una classe dirigente empatica e ferma nei suoi valori di riferimento. Le arrabbiature contro tizio o caio non erano mai personali in Sergio, non erano mai dettate dallo scontro tra opposti narcisismi. Fare politica con superficialità, senza studiare, pensando alla propria carriera piuttosto che ai carcerati di Arezzo: erano queste le cose che lo mandavano su tutte le furie, non certo un’idea diversa dalla sua.
Il secondo corollario di questa visione era la distanza da qualsiasi tentazione populista. “Ho pianto”, ci ha detto una volta per un’iniziativa dell’associazione Volare, quando le nostre e i nostri militanti hanno votato per il taglio dei parlamentari. Perché abbiamo dato cittadinanza all’idea che la politica è qualcosa da tagliare sempre e comunque, indipendentemente dalla sua qualità. Con i grillini, ci disse, dobbiamo allearci, ci mancherebbe altro: ci siamo alleati anche con i monarchici quando c’era da sconfiggere il fascismo! Ma una cosa è allearsi, una cosa è svendere le proprie idee, smarrire il senso di una politica che col “vaffa” e la superficialità non c’entra niente.
Ciao Sergio, continueremo a fare politica come ci hai insegnato tu. E non ti incavolare troppo se, strada facendo, torneremo a fare degli errori. Anzi. Un po’ fallo, perché l’eco delle tue rimbrottate ci arriverà anche da lassù, spingendoci – spero – a far tesoro anche di quegli errori.
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20 dic 2021
di Gaia Manzini (Corriere della Sera 20.12.2021)
Fare gli scatoloni, decidere cosa tenere e cosa buttare. Breve storia di un processo creativo che rivela chi eravamo. E compila il catalogo di un mondo possibile. Passando per Andrea Staid, André Gide, Virginia Woolf e Morgan
Elizabeth Hardwick è stata la più influente critica letteraria americana del Novecento. Era cresciuta nel Sud degli Stati Uniti, poi a un certo punto era partita per New York. Abitava in un albergo dove divideva la stanza con un amico del Kentucky, anche se a tutt’e due piacevano i maschi. Per molti anni aveva sempre vissuto in residenze per sole donne, luoghi temporanei, promiscui, di transizione. La sua vita si spostava spesso dentro agli scatoloni. In una lettera del 1962, scrive a Mary McCarthy, amica e scrittrice, del suo ennesimo trasloco, del suo ennesimo ritorno a New York.«TRASFERIRSI ALTERA L’ALCHIMIA SU CUI SI BASA IL NOSTRO BENESSERE. EPPURE SAPPIAMO CHE LA FELICITÀ NON È MAI STATICA»
Il trasferimento da Boston non è stato facile, è stato come attraversare l’oceano con tutta la vita impacchettata. Il tavolo da disegno e il cassettone non erano pronti per questo esilio repentino; cinque piatti si sono rotti; i cassetti si sono sbeccati; gli orologi non torneranno più in vita. Alcuni oggetti si sono smarriti, altri – come il ritratto della zia – non troveranno più la via d’uscita dalla scatola che li ha trasportati. Scartati definitivamente. Perché cambiare casa è sempre la rivoluzione di un universo, in attesa che un altro universo trovi la giusta forma.
Il trauma di «San Franschifo»Il cambiare casa è un momento decisivo nella vita di ciascuno di noi: un momento narrativo, verrebbe da dire, in cui prima si elabora e in parte cancella quanto c’è stato intorno a noi; poi nei giorni successivi si inizia un nuovo processo creativo, attraverso il quale trovare nuovi racconti di sé e del mondo che ci circonda. Riley Andersen, la giovane protagonista del film Inside Out vive in Minnesota; quando il lavoro del padre costringe la famiglia a trasferirsi a San Francisco non può trattenersi dal sentirsi delusa davanti alla nuova casa, piccola e spoglia. San Francisco verrà soprannominata San Franschifo, anche se l’origine dello sconforto è direttamente legata all’abitazione prima ancora che alla città. In fondo le città sono solo dei palcoscenici; non abitiamo mai davvero le città perché le città sono inabitabili, scrive Emanuele Coccia nella sua Filosofia della casa (Einaudi). Possiamo gironzolare per le strade, chiuderci in un ristorante, un teatro, un cinema, ma primo o poi torneremo a casa nostra. «È sempre e solo grazie e dentro una casa che abitiamo questo pianeta».
L’intimità costruita tra le mura di casa
La casa è il luogo in cui costruiamo un’intimità con una porzione di mondo fatta di oggetti, persone, animali, immagini, ricordi, che rendono possibile la nostra felicità. Ecco perché cambiare casa è sempre sconvolgente: traslocare altera, seppur momentaneamente, questa relazione intima, questa alchimia su cui si basa il nostro benessere. Eppure c’è un paradosso: la felicità non è mai qualcosa di statico, la nostra stessa vita è in continua evoluzione. Friedensreich Hundertwasser, artista e architetto di origini austriache, diceva che l’uomo possiede tre pelli: la propria, gli abiti e la dimora. Tutt’e e tre devono rinnovarsi, crescere e mutare. I cambiamenti sono nella natura delle cose. Se la terza pelle – cioè la casa – non si rinnova come le altre, si irrigidisce e muore, come la cute secca. Il rinnovamento della casa può essere un restauro, uno spostamento di mobili, un nuovo arredo, oppure un trasferimento, dunque un cambiamento radicale, perché è nei cambiamenti radicali che spesso troviamo i nuovi percorsi della nostra stessa personalità. Non è affatto vero, scriveva sempre Hardwick, che non importa dove abiti; non è vero che sei sempre tu sia a Dallas che a New York. Come non è vero che ognuno di noi è legato alla propria regione.
L’AUTRICE AMERICANA SOLNIT E LA SUA CASA A SAN FRANCISCO: «QUANDO ME NE ANDAI, MI RESI CONTO CHE ERO UNA PERSONA DIVERSA DA QUANDO CI ERO ENTRATA TANTI ANNI PRIMA»L’esperienza (dura) di un’errata collocazione
Molti di noi sperimentano l’esperienza di un’errata collocazione. Vanno alla deriva cercando quella giusta, e forse in alcuni casi non la troveranno mai. Rebecca Solnit, scrittrice, giornalista e femminista americana, nel suo Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie) si rammenta della sua giovinezza a San Francisco, quando era ancora troppo giovane perché la sua vita somigliasse a qualcosa di definitivo. Un giorno andò a vedere un appartamento in una vecchia casa di legno, un monolocale bellissimo con due bovindi inondati di luce: quella divenne casa sua per molti anni. Ci si era trasferita che era ancora un quartiere abitato quasi soltanto da persone di colore e se ne andò quando ormai la gentrificazione lo aveva trasformato. Se ne andò perché anche lei si sentiva diversa: «La persona che se ne andò dalla casa nel Ventunesimo secolo non era la stessa che era andata ad abitarci tanti anni prima». Si costruisce qualcosa che è la vita, che è la propria identità in un continuo sforzo creativo che implica spesso il cambiare casa: lo sceglierne una nuova, il fermarsi a elaborare. I luoghi che abitiamo ci nutrono e ci completano. «In quel piccolo appartamento trovai una casa in cui trasformarmi, un posto dove stare mentre cambiavo e trovavo un posto fuori, nel mondo».
Carne e mattoni abitano uno dentro l’altro
C’era stata talmente tanto in quella casa, Rebecca Solnit, da avere l’impressione che lei e l’appartamento potessero abitare l’uno dentro l’altra, in una coincidenza perfetta. Per l’antropologo Andrea Staid (La casa vivente, add editore) il modo in cui le persone abitano costruisce la propria identità e cultura: abitare assume sempre il senso più ampio di prendersi cura di sé e degli altri. Non facciamo altro che passare il tempo a «fare luogo». Andrea Staid, che ha studiato le modalità abitative in tutto il mondo, ha messo in luce come nelle culture vernacolari la connessione tra l’architettura materiale e l’architettura simbolica sia più evidente, così è ad esempio per le yurte mongole o per gli inukshuk inuit. I tolek africani sono case di terra a forma di proiettile con un diametro di cinque-sette metri.
André Gide se ne innamorò a prima vista; per lui quelle case non erano l’opera di un muratore ma di un vasaio: luoghi in connessione armonica con il mondo circostante, propulsori di energia positiva della madre terra. Ida, protagonista della Storia di Elsa Morante, violentata dal soldato tedesco Gunther, continuerà a spostarsi insieme al figlio Useppe – nato proprio da quella violenza, ma comunque profondamente amato. La guerra, i bombardamenti, le fughe, i traslochi continui: ogni nuovo luogo, nonostante tutto, contiene in sé la promessa di trovare finalmente un’armonia, dunque la felicità.
L’ARCHITETTO HUNDERTWASSER: «L’UOMO POSSIEDE TRE PELLI, LA PROPRIA, GLI ABITI E LA DIMORA. TUTTI E TRE DEVONO RINNOVARSI»
Andiamo a vedere le case nuove dove ci trasferiremo, sono spazi vuoti che al momento possono anche comunicarci ben poco. Dobbiamo riempirli con la fantasia, iniziare a raccontarceli, immaginare lì dentro i nostri movimenti, la coreografia del nostro quotidiano. È un processo lungo, perché «uno spazio diventa un luogo quando propone a chi lo abita un riorientamento simbolico e identitario», scrive Staid. Tutti noi costruiamo una visione di noi stessi e del mondo a partire dalle nostre case. La storia di ognuno di noi parte da una casa, quella di famiglia: dunque da una radicale identificazione, oppure talvolta distacco rispetto a quello da cui veniamo. La casa dice chi siamo o chi vorremmo essere. Nella casa ci sono i nostri dolori, le nostre gioie, la nostra identità nuda. Per Primo Levi la casa era un luogo di memorie, deposito del proprio passato, e in qualche misura del presente. Nella casa stratifichiamo noi stessi e i nostri sogni; la casa è la geologia della nostra vita. Forse è proprio per questo che a volte fa bene liberarsene.
Smarrirsi fuori casa per aprirsi all’ignoto
Per Virginia Woolf, appena usciamo di casa, ci togliamo di dosso la consueta personalità: il che può essere una liberazione dalla nostra identità; l’anonimato è un modo per sentirci liberi. Fuori dalla conchiglia della nostra casa, diventiamo anonimi pedoni: ci smarriamo, non in senso letterale ma nel senso di aprirci verso l’ignoto; lo spazio fisico diventa spazio mentale. Lì è il momento fecondo della scrittura a occhi aperti, il momento in cui è facile immaginarci di essere qualcun altro. È il momento in cui possiamo essere illimitati; anche se poi a casa torneremo, prima o poi. E se la casa decidiamo di cambiarla in continuazione? Nel Libro delle case Andrea Bajani costruisce l’intera storia del suo protagonista descrivendo le molteplici abitazioni in cui ha vissuto. In fondo, è un romanzo sullo sradicamento: il personaggio non fa altro che andarsene, trasferirsi di casa in casa; avendone molte, è come se non ne avesse alcuna. Siamo spaventati dai traslochi, li vediamo come punti di non ritorno; eppure anche se ci spostiamo in continuazione non possiamo far altro che portarci dietro ciò che riteniamo necessario alla vita. Anche se ci spostiamo di continuo non possiamo far altro che cercare una casa e ridefinirci di volta in volta davanti agli scatoloni aperti; ogni volta ci mettiamo a fuoco sempre con maggiore precisione e rinnoviamo la nostra esistenza.
Trenta traslochi, 40 scatoloni in 48 ore
«Erano ovunque e avevano sfigurato il salotto in un labirinto di cartone, nastro adesivo e angosce… Stavo per prendere in mano il primo quando rimasi paralizzato da un grappolo di ricordi confusi – quante volte avevo ripetuto quello stesso gesto? Mi fermai un istante e provai a contare e a ricordare i traslochi già fatti. Trenta… Avevo avuto appena due giorni per chiudere casa. Quarantotto ore per comprare ottanta scatoloni, montarli, chiuderci dentro la mia vita – vestiti, stoviglie, libri, foto, ricordi – affittare un furgone, caricarlo e scaricarlo di nuovo, depositare tutto nel nuovo appartamento, riesumare la mia vita in un luogo che conoscevo appena» scrive Emanuele Coccia. I traslochi sono come il giudizio universale: si salva qualcosa e si condanna all’oblio il resto. Eppure è il trasloco che fa la casa, perché è un momento di elezione. Attraverso la scelta degli oggetti «facciamo casa», che è più importante della casa stessa. Facciamo il catalogo di un mondo possibile.
Cambiare. liberandoci di una parte di mondo
È per questo che traslocare, a volte, è così difficile: significa contemplare tutto quello di cui abbiamo bisogno per dire io in quella fase della nostra vita. È in questa stessa occasione che ci liberiamo di una parte di mondo che non ci appartiene più e mandiamo avanti la nostra esistenza. Come canta Morgan in Altrove: «Un ultimo sguardo / commosso all’arredamento / e chi si è visto si è visto».
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26 giu 2021
I fratelli sudafricani di Africrypt e il furto di criptovalute più grande di sempre: oltre 2 miliardi di dollari in Bitcoin
Ad architettare il maxi raggiro i giovanissimi fratelli Ameer e Raees Cajee, 20 e 17 anni, fondatori della piattaforma Africrypt. Ormai non più rintracciabile il denaro sottratto.
di Alessandro Vinci 25 giugno 2021 corriere.it
Diverse fonti lo hanno già definito il più grande furto di criptovalute di sempre. Non c’è da stupirsi se si considera che a sparire nel nulla sono stati 69 mila Bitcoin, al cambio attuale equivalenti a oltre 2,2 miliardi di dollari (poco meno di 2 miliardi di euro). Nessun dubbio sui responsabili: i sudafricani Ameer e Raees Cajee, rispettivamente 20 e 17 anni, giovanissimi fondatori della piattaforma di investimento Africrypt. I quali, dopo averne prosciugato le casse, si sono resi irreperibili scappando con i soldi dei risparmiatori.Non era un attacco hacker
Che fosse accaduto qualcosa di anomalo i dipendenti della società se n’erano resi conto già ad aprile, quando avevano improvvisamente perso l’accesso ai sistemi di backend. Pochi giorni dopo era stato lo stesso Ameer, Coo della piattaforma, a informare i clienti che Africrypt era stata vittima di un attacco hacker, invitandoli però a non denunciare nulla ad avvocati e autorità in quanto tali azioni avrebbero rallentato il processo di recupero dei fondi. Col senno di poi, una perfetta scusa per guadagnare tempo. Il vero allarme è tuttavia suonato solo nelle ultime settimane, quando i due fratelli hanno smesso di rispondere alle richieste di chiarimenti e messo il portale definitivamente offline. Poi la doccia fredda: incaricato di fare luce sulla vicenda, lo studio legale Hanekom Attorneys di Città del Capo ha scoperto con l’aiuto delle autorità locali che il denaro sottratto non è ormai più rintracciabile. Ameer e Raees lo hanno infatti riciclato attraverso servizi di mixing illegali che, come intuibile dal nome, si occupano di prelevare monete virtuali «sporche» e di sostituirle in cambio di una commissione con un’analoga quantità di criptovaluta proveniente da altri wallet.
Il precedente di Mirror Trading International
Data la situazione, le probabilità che gli investitori riescano a tornare in possesso dei propri soldi sono chiaramente ridotte al lumicino. A peggiorare le cose è inoltre il fatto che in Sudafrica le criptovalute non sono considerate dalla legge prodotti finanziari, perciò l’assenza di una normativa dedicata rischia di assicurare alle vittime ancora meno giustizia. Quanto alla sorte dei fratelli Cajee, c’è la ragionevole certezza che siano fuggiti all’estero. È possibile che, nell’architettare il maxi raggiro, abbiano tratto ispirazione dalla vicenda di Johann Steynberg, Ceo di un’altra piattaforma di criptoinvestimento sudafricana denominata Mirror Trading International, dileguatosi a dicembre dopo aver deliberatamente causato perdite per circa 589 milioni di dollari (493 milioni di euro) ai danni di centinaia di migliaia di utenti. Un rapporto di Chainalalysis l’aveva classificata come «di gran lunga la più grande truffa del 2020» nel settore. A giudicare dagli oltre 2 miliardi bruciati da Africrypt, non c’è dubbio che gli allievi abbiano superato il (cattivo) maestro. Rendendo così ancora più indifferibile un pronto intervento del legislatore.
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4 mar 2021
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5 nov 2020
Storico sorpasso per la prima volta a settembre
Le auto ibride ed elettriche superano i diesel in Europa per la prima volta in assoluto. I dati sulle immatricolazioni europee - si legge sul sito AutoExpress - mostrano che le auto diesel sono passate in secondo piano rispetto alla potenza combinata di ibridi, ibridi plug-in, ibridi leggeri e auto elettriche. Secondo gli ultimi dati relativi alle immatricolazioni, il mese scorso le auto con propulsione elettrificata hanno superato per la prima volta i modelli diesel in Europa.
A settembre sono state immatricolate in Europa 1,3 milioni di nuove auto, di cui 327.800 elettrificate e circa 322.400 diesel. Le auto a benzina hanno raggiunto nel mese scorso il 47%, in calo rispetto al 59% del settembre 2019. Fino a dieci anni fa, la metà di tutte le auto vendute in Europa erano diesel. Quella quota di mercato è ora crollata al 24,8%, mentre gli echi dello scandalo Dieselgate continuano a riverberare.
In parallelo con la scomparsa del diesel si è registrata la crescita delle auto elettriche ed elettrificate. I dati di Jato Dynamics rivelano che il 53% delle immatricolazioni europee il mese scorso erano auto ibride o ibride leggere, con il 69% di tutte le vendite di Ford Puma e il 59% delle immatricolazioni di Fiat 500, varianti ibride leggere.
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“LA COLPA DI TRUMP? AVER AFFRONTATO DA ASSOLUTO INCOMPETENTE LA CRISI SANITARIA DEL CORONAVIRUS”.
“L'HA PRESA SOTTOGAMBA. QUANDO LE HA DEDICATO UN'ATTENZIONE PARTICOLARE, LO HA FATTO PENSANDO CHE L'EMERGENZA GLI OFFRIVA L'OPPORTUNITÀ DI ESIBIRSI IN UNA CONFERENZA STAMPA-COMIZIO QUOTIDIANA - I DEMOCRATICI? DEVONO CAPIRE CHE GLI USA NON SONO UN PAESE DI ESTREMISTI DI SINISTRA A MAGGIORANZA AFRO AMERICANA. BIDEN DOVRÀ RIVEDERE LA SUA AGENDA POLITICA…”
La figlia Ivanka l'ha implorato di cambiare tono, ma lui ha finito addirittura per annoiarsi per via del formato ripetitivo, e si è addirittura sottratto dal confronto con il pubblico. Lo scarto tra le poche migliaia di voti che lo condanneranno alla sconfitta e il grande distacco che avrebbe dovuto dare all'avversario, è tutto in questo fallimento di gestione della crisi».















