9 ago 2026

La lettera di Olivetti ai Marzotto: «La Città sociale? È innovativa», il ritrovamento nell’archivio di Valdagno

di Giuliana Ferraino Corriere della sera 8 agosto 2026

Durante una una visita, Olivetti vede la Città Sociale di Valdagno prima che nasca il suo modello ad Ivrea: attorno alla fabbrica abitazioni, scuole, sanità e casa di riposo.



«Milano, 10 febbraio 1934». Su carta intestata Olivetti parte una lettera diretta a Filippo Masci, direttore generale del Lanificio V.E. Marzotto di Valdagno. Il testo è dattiloscritto, la firma in calce è quella autografa di Adriano Olivetti. Il giovane ingegnere, da due anni direttore generale dell’azienda fondata dal padre Camillo, è appena stato nella cittadina vicentina per vendere la nuova macchina da scrivere M40.

Qualcosa nella fornitura non deve essere andato come previsto. Nella lettera Olivetti assicura che farà rendere perfettamente efficienti le M40 già acquistate dal lanificio, così da «ripristinare la Vostra piena fiducia nel nostro prodotto». Ma ciò che rende importante il documento non è la vicenda tecnica. È quello che Olivetti ha visto: una città costruita intorno alla fabbrica, con case per i lavoratori, assistenza sanitaria, maternità, asili, scuole e una casa di riposo.

La fiducia dei Marzotto, scrive, ha un significato particolare perché viene da un’organizzazione «che è vanto del nostro Paese per la sua vitale importanza economica ed il suo inusuale aspetto sociale».
A trovare il documento è stato Luca Romano, dottore di ricerca in filosofia e ricercatore sociale. Da alcuni anni lavora a un libro, prossimo alla pubblicazione, sui Marzotto e sulla Città Sociale di Valdagno, per ricostruire una parte poco conosciuta della storia della famiglia. Il progetto è nato su impulso di Veronica Marzotto Notarbartolo, esponente della sesta generazione della dinastia, che per molti anni ha seguito le attività sociali della Fondazione Marzotto.


«Mi era stato chiesto di raccontare non la storia economica dell’azienda, sulla quale esistono già molti studi, ma la vocazione sociale dei Marzotto», spiega Romano. «La cosa sorprendente è che mancava una ricostruzione completa. Eppure i documenti erano tutti lì».
«Lì» significa dentro la fabbrica di Valdagno. L’archivio conserva insieme le carte del gruppo tessile, fondato nel 1836, i documenti privati della famiglia e quelli relativi alle attività esterne alla produzione. Industria, vita familiare e istituzioni sociali non erano mondi separati; anche le carte hanno continuato a convivere. È qui che Romano ha trovato la lettera di Olivetti.

«La visita a Valdagno non compare nelle numerose biografie di Olivetti che ho consultato», racconta Romano. «E quando arriva qui, le grandi iniziative sociali promosse da Adriano a Ivrea devono ancora cominciare».
A Valdagno, invece, il progetto è già visibile. Nel 1927 Gaetano Marzotto aveva affidato a Francesco Bonfanti e Gino Zardini il primo disegno della nuova città. Così nel 1934 Adriano Olivetti vide direttamente la costruzione in corso, sull’altra riva dell’Agno, della Città Sociale. Oltre alle abitazioni per operai, impiegati e dirigenti, comprendeva servizi sanitari, asili per l’infanzia, scuole, impianti sportivi, luoghi di ricreazione e una casa di riposo.

«Olivetti è uno dei primi testimoni oculari di quel progetto», osserva Romano. «Non abbiamo trovato finora traccia della visita nelle sue biografie o nei suoi scritti. E le principali realizzazioni sociali promosse da Adriano a Ivrea sono successive».
La successione delle date apre una domanda inevitabile: Valdagno contribuì a ispirare il modello olivettiano? Romano è cauto. La lettera non permette di dimostrarlo. Camillo Olivetti, padre di Adriano, aveva già creato un’infermeria e una biblioteca per i dipendenti. «Una predisposizione esisteva certamente», spiega il ricercatore. «Ma è significativo che, dopo avere visto la Città Sociale, proprio nel 1934 Adriano incarichi Luigi Figini e Gino Pollini di progettare nuove abitazioni per i lavoratori di Ivrea. È probabile che Valdagno gli abbia offerto elementi sui quali riflettere».

La scoperta non toglie a Olivetti il posto che occupa nella storia industriale italiana. Permette, però, di recuperare una vicenda precedente e molto meno conosciuta. Quando l’ingegnere arrivò a Valdagno, Gaetano Marzotto junior aveva già impostato quella che avrebbe definito una «radicale soluzione del problema sociale»: non una singola opera assistenziale, ma una rete di servizi destinata ad accompagnare i lavoratori e le loro famiglie dall’infanzia alla vecchiaia.
Già a metà degli anni Venti il lanificio aveva assunto un medico a tempo pieno, incaricato di visitare quasi duemila dipendenti. Nelle altre grandi fabbriche il medico controllava soprattutto l’idoneità dei nuovi assunti, gli infortuni e le assenze per malattia. A Valdagno doveva anche prevenire le patologie, riconoscere in tempo la tubercolosi e individuare i disturbi causati dal lavoro, per esempio dal contatto con i coloranti.

«In altre grandi fabbriche il medico aveva allora soprattutto una funzione di controllo», sostiene Romano sulla base dei documenti raccolti. «A Valdagno assume invece un compito preventivo. Quando emergevano possibili malattie professionali, si interveniva anche sui processi produttivi».
Il sistema si allargò progressivamente alla vita fuori dalla fabbrica. Vennero realizzati alloggi dotati di acqua corrente e bagno interno, affittati o ceduti a riscatto a condizioni accessibili; un reparto di maternità con medici e ostetriche; il trasporto per le partorienti; un asilo nido per i bambini fino a tre anni, assistito da un pediatra; scuole, colonie e una casa di riposo destinata anche alle coppie di lavoratori anziani.
Uno degli effetti più importanti riguardò le donne. Nel tessile la presenza femminile era alta, mentre il fascismo voleva le italiane soprattutto madri, mogli e custodi della casa. In molte aziende, dopo il matrimonio o il primo figlio, le lavoratrici lasciavano il posto.

A Valdagno, sostiene Romano, maternità, nido, scuola materna e assistenza agli anziani permisero invece a molte dipendenti di conservare il posto anche dopo il matrimonio e i figli. «In quella particolare realtà le donne hanno potuto continuare a lavorare e arrivare alla pensione come lavoratrici», dice. «Oggi può sembrare normale, ma nell’Italia degli anni Venti e Trenta era un fatto tutt’altro che scontato. Quei servizi trasferivano fuori dalla famiglia una parte del lavoro di cura che ricadeva interamente sulle donne».
La Città Sociale non cancellava le gerarchie della fabbrica. I dirigenti abitavano nelle ville, gli impiegati nelle villette e gli operai in edifici collettivi. Era un sistema costruito e governato dall’impresa, che legava strettamente lavoro, abitazione e servizi. È anche da qui che nasce la lettura critica di Valdagno come esperienza paternalistica o come esempio di «fabbrica totale», capace di accompagnare il dipendente ma anche di estendere la presenza dell’azienda a quasi ogni ambito della sua vita.
Romano non nasconde questo lato della storia. Ma invita a non usarlo per liquidare tutto il resto. «Non voglio trasformare Marzotto in un Olivetti prima di Olivetti», chiarisce. «Vorrei capire perché un sistema tanto ampio, e in alcuni campi così innovativo, sia quasi sparito dal racconto italiano dell’impresa sociale».

Una parte della risposta sta forse nello stesso Gaetano Marzotto, personaggio difficile da inserire nelle categorie politiche del suo tempo. Era un liberista convinto, credeva nella concorrenza e nei mercati internazionali. Per il suo lanificio, che comprava materie prime e vendeva tessuti in molti Paesi, l’autarchia fascista era un ostacolo. Allo stesso tempo pensava che una fabbrica produttiva non potesse disinteressarsi delle condizioni di vita dei lavoratori.
La lettera di Olivetti mostra anche la distanza tra i due mondi industriali. L’imprenditore di Ivrea ringrazia i Marzotto per la preferenza concessa, «per alti motivi di solidarietà economica», a un prodotto italiano. Romano legge quell’espressione nel contesto corporativo degli anni Trenta, quando la protezione del mercato interno favoriva imprese come Olivetti e Fiat contro la concorrenza americana.
Marzotto rivendicò sempre di avere costruito il proprio sistema sociale senza godere delle stesse protezioni. Nel 1962 scrisse che quelle opere avevano ancora più valore perché erano state realizzate da industrie laniere abituate a lavorare «in libera concorrenza e non nelle condizioni di privilegio di talune grandi industrie». «Ora», osserva Romano, «è più chiaro anche a chi potesse riferirsi».
All’inizio degli anni Sessanta, la quotazione in Borsa impose di separare le attività industriali dal patrimonio sociale. Case, strutture e servizi vennero conferiti alla Fondazione Marzotto, che ancora oggi porta avanti una parte di quella storia. Nel frattempo, il miracolo economico, l’intervento pubblico e le conquiste sindacali avevano ridotto la distanza tra Valdagno e il resto del Paese.

Rimane la lettera del 10 febbraio 1934. Non dimostra che il progetto di Ivrea sia nato a Valdagno e non ridimensiona l’originalità di Adriano Olivetti. Racconta però un incontro che la storia aveva dimenticato. Prima di diventare il simbolo italiano dell’imprenditore illuminato, Olivetti arrivò a Valdagno dai Marzotto per vendere macchine da scrivere. E trovò una fabbrica che aveva già costruito case, maternità, asili, cure e assistenza per i propri lavoratori. Ripartì riconoscendo per iscritto quell’«inusuale aspetto sociale» che la storia, molto più generosa con Ivrea, avrebbe quasi dimenticato

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