4 nov 2020

Sistema scolastico e disuguaglianze

Non è la didattica digitale che crea diseguaglianze, è la scuola in presenza che non le sa colmare

«Il sistema tradizionale basato su lezione frontale e interrogazioni è fatto per confermare le disparità in entrata. Privato della presenza fisica e del compito in classe che ratifica le insufficienze, va a pallino»

di Roberto Contessi insegnante di Liceo e scrittore dal Corriere


Ora che a colpi di legge si devono stabilire dei vincoli sugli spostamenti degli italiani, ecco che la didattica a distanza (Dad) si riaffaccia come strumento di contenimento. Messa così, la Dad sembra una sorta di medicina della Fata turchina che bisogna assumere a malincuore per svuotare strade e autobus dal traffico provocato dalle scuole. Ma è veramente solo questo? Le accuse più ricorrenti contro la didattica a distanza (che qualcuno chiama anche Didattica digitale integrata) sono di tre tipi: porterebbe le diseguaglianze nelle nostre aule, impoverirebbe la didattica sottraendo il contatto fisico tra professori e ragazzi, abbasserebbe la serietà dell’insegnamento. 

Prendiamoci il tempo per ragionare.

La questione della diseguaglianza è quella che mi sta più a cuore. L’accusa si basa sulla differenza di capacità digitali esistenti tra le famiglie italiane, consistente non solo in maggiori o minori competenze ma soprattutto in un’ineguale distribuzione di dispositivi digitali - computer, tablet o altro – e soprattutto di reti efficaci per trasportare il segnale. 

Il tema ovviamente esiste, e forse meritava più attenzione rispetto ai banchi a rotelle, però, la questione non si chiude in questo modo. Per un verso, bisogna sapere che quell’oggetto diabolico chiamato cellulare, in mano a tutti i nostri studenti, garantisce comunque un accesso essenziale alla Dad, cioè alle piattaforme di insegnamento on line. D’altro canto, bisogna sapere che il sistema di istruzione in presenza, lui stesso, mantiene e garantisce le disuguaglianze culturali di partenza tra gli studenti italiani.

Ovviamente chi tocca questo argomento si scotta, perché è scomodo e nessuno ne parla di buon grado, ma, stando alle rilevazioni statistiche sui profitti medi dei nostri figli e nipoti, il metodo di insegnamento tradizionale non recupera le loro debolezze di partenza: dunque, a scuola vanno bene studentesse e studenti che provengono da contesti familiari felici e attenti, mentre va male chi proviene da contesti familiari distratti o infelici. Amen. 

Nonostante ciò, oltre a sottolineare a gran voce la scontata pagliuzza della Dad, mi sorprende che non si alzi una sola voce verso l’incapacità della nostra scuola in presenza di rappresentare un ascensore culturale e sociale per chi non nasca in un contesto fortunato. La lezione frontale e la sequenza spiego-interrogo rimangono ancora le forme didattiche prevalenti in licei ed istituti tecnici, inefficaci verso i ragazzi deboli perché in grado semplicemente di confermare i valori in entrata. Non è tutto.

Le due accuse alla Dad, citate in precedenza, sono figlie della mancata messa a fuoco di questo elemento decisivo. Un metodo didattico, già di scarsa efficacia in presenza, collassa nel momento in cui si cambia lo strumento di interazione. 

Detto in altri termini, se i professori trasferiscono online la lezione frontale e la sequenza spiego-interrogo, si trovano privi dell’unico strumento di potere che permette loro di mantenere l’ordine del gruppo classe: la coercizione. Privati della presenza fisica che costringe gli studenti a manifestare attenzione (spesso di facciata) e privati del compito in classe che ratifica i valori insufficienti, il sistema tradizionale va completamente a pallino. Casca per colpa del mezzo informatico? Il mezzo informatico porta semplicemente alla luce l’assenza spesso di qualsiasi elemento di coinvolgimento, di motivazione, di ingaggio che esiste nella lezione.


Laddove non c’è interesse, i ragazzi in Dad partecipano in pigiama, oscurano il video, si nascondono, e il metodo tradizionale lascia il professore solo con la sua frustrazione di avere davanti a sé un uditorio che realizza la fuga dalla scuola che covava da tempo.
E spesso anche lui abbandona il campo.

Intendiamoci: non c’è nulla di cui gioire. Un sistema scolastico in presenza che lascia indietro quasi sette ragazzi su dieci, secondo le stime Invalsi, Ocse-Pisa e Almadiploma, mostra tutti i suoi limiti quando si esce dall’ambiente classe, fosse solo con l’uso di un computer. Quei sette ragazzi su dieci sono un grosso problema, perché avranno difficoltà a studiare dopo la scuola, a formarsi, a preparare un concorso, a trovare un lavoro e la stupida felicità per essersi sottratti ad una lezione noiosa, diventa una questione molto seria quando si troveranno in possesso di capacità di leggere, scrivere e far di conto solo basilari. E qui il mio tono diventa estremamente grave.

La pandemia mostra il nervo scoperto delle nostre debolezze. L’inefficacia del metodo didattico tradizionale è una di queste perché mostra che la scuola si limita spesso a confermare le disuguaglianze di partenza. Si può continuare a girare la testa, e gettare la croce sul computer o sulle piattaforme come Meet o Teams, irridendole come la causa di un disagio formativo. Oggi però abbiamo prove quantitative ed inequivocabili che è il sistema formativo in sé a mantenere rendite di posizione: non è il computer a rendere la scuola inefficace, ma è il patto del silenzio per una offerta formativa al ribasso che unisce professori, studenti, presidi e genitori. 

Non sarà il caso di iniziare ad affrontare il problema?

13 ott 2020

«Non sapevo più leggere, ora mi sono laureato»

Giovanni Menegon, l’ex assessore colpito dall’ictus: «Non sapevo più leggere, ora mi sono laureato»

Bassano del Grappa, il malore nel 2006: «Mi sono svegliato sei giorni dopo in ospedale, ero una scatola vuota». Adesso è dottore in Economia aziendale

di Andrea Priante Corriere della Sera del 13.10.2020

Giovanni Menegon, 58 anni, dopo la festa di laurea in piazza San Marco a Venezia
Giovanni Menegon, 58 anni, dopo la festa di laurea in piazza San Marco a Venezia
Era il 2 febbraio del 2006, quella sera era in programma la festa organizzata da una società sportiva. «Mi sono seduto a tavola e ricordo soltanto l’uomo che stava di fronte a me e che all’improvviso si mette a gridare. 

Mi sono svegliato sei giorni dopo all’ospedale di Padova. Ero entrato in coma e, al mio risveglio, ero come una scatola vuota. Una scatola che ora, un po’ per volta, sono tornato a riempire». A Bassano del Grappa, Giovanni Menegon lo conoscevano tutti. Gestiva un negozio di abbigliamento in centro, aveva molti amici, la parlantina di chi ci sa fare coi clienti, e piaceva a tutti. 

Gli altri commercianti l’avevano eletto rappresentante di quella che all’epoca si chiamava Umce e oggi è la Confcommercio. Poi, era arrivata la politica: nel 2005 il sindaco Gianpaolo Bizzotto l’aveva chiamato in giunta, nominandolo assessore allo Sport. E anche lì aveva dimostrato talento, al punto che di lui si parlava come possibile futuro candidato sindaco di Bassano.

I medici
Invece. «I medici dissero che avevo avuto un ictus cerebrale ischemico nella parte sinistra del cervello. Ricordavo alcune cose, tipo chi ero, il nome di mia moglie e dei miei figli. Ma molte altre erano perdute. Non sapevo parlare, né leggere, né scrivere. Comunicavo come i bambini: mostrando le mie emozioni con le carezze, le lacrime...». 
Un uomo di mezza età benestante e proiettato verso il successo, che all’improvviso perde tutto. Perfino se stesso. L’ischemia l’aveva trasformato: emiplegico (con la parte destra del corpo paralizzata), aprassico (impossibilitato a muoversi) e afasico (incapace di esprimersi). «Non mi riconoscevo più. Mi sentivo inutile e terribilmente solo». 
Per Menegon fu orribile. «Dopo un anno, quasi tutti i miei amici sparirono. In fondo, li capivo: non è divertente uscire con uno incapace di comunicare. Pensai al suicidio. Arrivai a pianificare di salire all’ultimo piano di un palazzo di Vicenza e gettarmi di sotto».

La famiglia
A salvarlo fu l’amore dei due figli, all’epoca bambini, e di sua moglie Monica. «Non potevo sparire così, non meritavano altre sofferenze. Invece dovevo ripartire proprio per loro, cominciando da zero, ricostruendo un pezzo per volta l’uomo che ero stato». 
Ed è esattamente ciò che ha fatto, grazie anche alle cure del Centro Studi di Riabilitazione Neurocognitiva di Santorso, nel Vicentino, diretto dal professor Carlo Perfetti. «Un luminare in materia, gli devo tutto» assicura quest’ex commerciante prestato alla politica. 
E così, poco per volta, armato solo della sua forza di volontà, si è messo d’impegno sui libri che utilizzano gli scolari di prima elementare. «Per fortuna la mia intelligenza era rimasta intatta. Ho imparato le lettere dell’alfabeto, poi a scrivere le parole, le frasi... Finalmente ho cominciato a leggere e ho riscoperto il significato di “studiare”. Mentre recuperavo le capacità motorie e la parte destra del mio corpo tornava a funzionare, cominciavo finalmente a riempire di concetti anche quella scatola vuota che era diventata la mia testa».

Quattordici anni dopo
Giovanni Menegon aveva 44 anni quando fu colpito dall’ictus, oggi ne ha 58. E il 25 settembre, in Piazza San Marco a Venezia, c’era anche lui tra i settecento studenti universitari invitati alla cerimonia per la consegna dei diplomi. Perché in quattordici anni di fatiche, esercizi riabilitativi e sedute di logopedia, quest’uomo ha saputo «ritrovarsi», al punto di affrontare tutti gli esami all’Università di Ca’ Foscari e laurearsi in Economia Aziendale con una tesi (discussa col collegio dei docenti) dal titolo: «Aspetti Psicologici della Finanza Comportamentale». 
Una storia di resilienza. «Ne vado orgoglioso, ovvio. E sicuramente quel titolo vale più di quest’altro» dice indicando un quadro in salotto: c’è la sua prima laurea, in Economia e Commercio. Ma era il 1989 e per lui, poco più che ragazzo, l’ictus sarebbe rimasto un nemico sconosciuto ancora per molti anni. Oggi è tutto diverso.

Le letture
«Faccio ancora fatica a parlare - spiega - perché la lingua non sempre esegue subito gli ordini che le invia il cervello. Prima dell’ischemia celebrale ero un gran chiacchierone, mi piaceva comunicare. Ora è questo il mio prossimo obiettivo: solo quando saprò esprimermi come facevo una volta, potrò dire di aver completato il mio percorso». 
Per il resto, l’ex assessore trascorre le giornate divorando un libro dopo l’altro. Trattati di psicologia o di medicina, soprattutto. Come se volesse capire i meccanismi che regolano la mente. «Ora sto affrontando “Il libro rosso”, dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung. È molto interessante». 
Ma l’opera che più l’ha colpito non ha niente a che fare con la sua malattia. Almeno non direttamente. «Mentre ero chiuso qui, in casa, “Il diario di Anna Frank” mi è stato di conforto. Rileggendolo, mi sono riconosciuto nel senso di profonda solitudine che provava quella povera ragazzina rinchiusa nella soffitta di Amsterdam. Ciò che ho vissuto, l’ictus e tutto ciò che ne è seguito, mi hanno portato a scoprire il senso di molte cose». 
La politica non gli manca. «Non ho alcun rancore, però sono convinto che a causare l’ictus abbia contribuito proprio l’attività amministrativa: ero perennemente stressato, pieno di impegni, le giornate frenetiche. Ma ora basta: ho capito che non ne valeva la pena». Forse è un errore sostenere che Menegon stia ritornando l’uomo che era. «Ne sto costruendo uno migliore».


9 ott 2020

L'ultima lezione di Liliana Segre



E' bastevole ascoltare, immaginare e provare a sentirsi dentro ad una storia che ha riguardato altri, ma che potrebbe sempre toccare ad ognuno di noi.

21 set 2020

Tutto quello che dovete sapere sui RoBoT-aDViSoR, per decidere se fanno al caso vostro.


Un robot-advisor è un servizio che si avvale di algoritmi informatici per creare e gestire portafogli di investimento, richiedendo poche interazioni e un coinvolgimento limitato da parte degli esseri umani.

Questi “consulenti robot” sono popolari perché forniscono strategie automatizzate sulla base degli obiettivi di investimento di ogni persona, a costi notevolmente inferiori rispetto ai consulenti o ai gestori finanziari umani.

I robot-advisors sono adatti agli investitori alle prime armi o a quelli che preferiscono non intervenire più di tanto, e meno adatti a quelli che vogliono un grado maggiore di controllo e consigli di gestione personalizzati.

Quando furono lanciati presso il grande pubblico, nel 2008, furono promossi come strumenti per mettere la gestione patrimoniale professionale a disposizione delle masse.

Questi “consulenti robot” hanno acquisito sempre più popolarità negli anni soprattutto perché offrono agli utenti un modo semplice ed economico di investire, senza necessità di interagire con professionisti umani e di doverli pagare (anche se in alcuni casi questi servizi sono integrati mediante l’intervento di consulenti in carne e ossa).

Sebbene molti di questi servizi siano promossi esplicitamente in modo tale da richiamare una generazione più giovane, uno studio di Deutsche Bank ha indicato che i clienti dei robot-advisor hanno un’età media intorno ai 45 anni.

Grazie ai loro costi contenuti e alle soglie minime basse che richiedono, i robot-advisor hanno messo il risparmio e gli investimenti alla portata di una nuova fascia di investitori — e possono funzionare anche per quelli più navigati.

SONO PRODOTTI ADATTI A VOI?

Armati di intelligenza artificiale (Ia), i consulenti robot automatizzano il processo di selezione e gestione dei portafogli di investimento, avvalendosi di algoritmi e della modern portfolio theory (Mpt) per scegliere e gestire un ventaglio di asset equilibrati e adatti al cliente in questione. Inoltre questa tecnologia sta evolvendo costantemente, incorporando negli algoritmi su cui si basa i risultati emersi dalle ricerche che hanno consentito a economisti come Eugene Fama e Robert Shiller di vincere il premio Nobel.

Trader, gestori di investimenti e broker professionisti in realtà si avvalevano della tecnologia dei robot-advisors già dagli anni Ottanta, ma le società hanno cominciato solo negli ultimi anni a promuoverli direttamente presso i consumatori. Il primo consulente robot messo a disposizione del grande pubblico è stato Betterment. Lanciato nel 2008, ha oggi in gestione un patrimonio complessivo pari a circa 22 miliardi di dollari.

I robot-advisors oggi si dividono in due categorie principali:

  1. quelli esclusivamente online, come Betterment e Wealthfront,
  2. quelli offerti da società di brokeraggio e di servizi finanziari brick-and-mortar, da Morgan Stanley a Charles Schwab.

Le società tradizionali tendono a puntare su investitori con capitali un po’ più ingenti, richiedendo spesso soglie minime di investimento più elevate e prevedendo costi maggiori — ma offrendo anche la possibilità di interagire con esseri umani.

COME FUNZIONANO?

L’iscrizione al servizio di un consulente robot in genere è un processo semplice, che prevede la compilazione di questionari volti a valutare la propensione al rischio del cliente.

“Un investitore normalmente dà una serie di informazioni sulla sua tolleranza nei confronti del rischio, sugli orizzonti temporali e sugli obiettivi di investimento, e in base a tali informazioni gli viene raccomandato un portafoglio; questo comprende di solito Etf a basso costo, che vengono poi gestiti e riequilibrati in base alle necessità” spiega Keith Denerstein, director of investment products and guidance di Td Ameritrade.

Mentre alcune piattaforme pongono solo domande basilari, altre entrano più nei dettagli per identificare le necessità finanziarie specifiche del cliente e fornirgli consigli basati su una serie di principi.

“Il termine unitario robot-advisor negli ultimi anni è diventato sempre più obsoleto, dato che le società preferiscono termini più specifici come Digital Wealth Service, ‘Consigli automatizzati’, ‘Consulente ibrido’ o perfino ‘Consulente bionico’ per descrivere meglio ciò che fanno” osserva Simon Bussy, director of wealth di Altus ed esperto nel settore delle consulenze digitali.

QUANTO COSTANO?

“Una piattaforma di consulenza robot di solito impone il pagamento di una quota di gestione in cambio dei suoi servizi, tipicamente meno dello 0,50% all’anno” dice Denerstein. Il robot-advisor Essential Portfolios di Td Ameritrade per esempio prevede una commissione dello 0,30%. Il Digital Advisor di Vanguard si prende 4,5 dollari all’anno ogni 3.000 dollari investiti.

Tuttavia, queste quote possono variare a seconda dell’entità del portafoglio. I Personal Advisor Services di Vanguard, che offrono un supporto di fascia superiore abbinando ai robot-advisors  consulenti umani, prevedono una serie di quote progressive:

  • 0,30% per i portafogli compresi fra 25.000 e 5 milioni di dollari
  • 0,20% per quelli compresi fra 5 a 10 milioni
  • 0,10% per quelli compresi fra 10 e 25 milioni
  • 0,05% per quelli superiori a 25 milioni

Altri robot-advisor possono imporre il pagamento di una “spesa” o una trading fee su ogni transazione. C’è poi anche la quota, o la percentuale, richiesta dai fondi nei quali il robot investe.

A ogni modo, il costo complessivo sostenuto da chi si avvale di un consulente robot in genere non supera l’1% del patrimonio gestito.

COME FANNO A GENERARE PROFITTI?

Poiché prevedono spese così basse, i servizi di questo tipo generano sempre più spesso profitti tramite altre fonti di ricavo. Alcuni, come il servizio britannico Wealthify e Scalable, che ha sede a Monaco di Baviera, vendono la propria tecnologia ad altri gestori patrimoniali o professionisti del settore finanziario.

Altri sono intenzionati ad andare al di là della gestione dei portafogli di investimento, offrendo servizi bancari come i conti di risparmio ad alto rendimento. L’idea è quella di incoraggiare i clienti esistenti a tenere investita nel servizio la liquidità in eccesso, oppure di attrarne di nuovi.

Altri robot prevedono un modello ibrido, basato su un mix fra automazione ed esseri umani. Quanto più personalizzati sono i consigli forniti, tanto maggiore è il costo.

Merrill Lynch per esempio offre un servizio di gestione patrimoniale basato su diversi tiers. Il suo prodotto di base è il Merrill Edge Self-Directed Investment, una piattaforma completamente automatizzata che non prevede una soglia minima di investimento. C’è poi il Guided Investing, con un minimo di 5.000 dollari, che prevede alcuni servizi offerti al cliente da esseri umani. Al livello più alto c’è il Guided Investing “top di gamma” che, partendo da 20.000 dollari investiti, abbina a un consulente robot la gestione e i consigli personalizzati one-on-one da parte di un essere umano.

I VANTAGGI DEI ROBOT-ADVISOR

La gestione patrimoniale personalizzata ha diversi punti di forza.

Sono a buon mercato in rapporto ai consulenti umani

Dato che automatizzano la maggior parte del processo di investimento, o addirittura ogni parte — e per di più non mangiano un granché — i roboT-advisors in genere costano molto meno dei consulenti umani. La loro commissione è compresa fra lo 0,02% e l’1% all’anno del valore del portafoglio, mentre i wealth manager tradizionali fanno pagare il 2-3%, in base a uno studio di Deloitte su un centinaio di piattaforme.

Accettano portafogli di minore entità

I consulenti robot di solito hanno soglie minime di investimento inferiori a quelle richieste dalle tradizionali società di brokeraggio e dai gestori patrimoniali. Betterment per esempio ha una soglia minima di zero dollari, mentre Wealthfront ne ha una di 500 dollari. Come termine di paragone, il robo-advisor di Morgan Stanley prevede un minimo di 5.000 dollari.

Il tipico investitore retail che si avvale di un robo-advisor può avvantaggiarsi potenzialmente di un servizio professionale di gestione del suo portafoglio a un costo assai inferiore a quello chiesto tradizionalmente da un consulente [umano]”, dice Denerstein.

Non richiedono né ricerche né supervisione

Poiché selezionano e decidono autonomamente, le piattaforme basate sui consulenti robot non richiedono grandi input da parte degli investitori. Non bisogna avere conoscenze specialistiche sui mercati azionari, sui rapporti prezzo-utili, sui bilanci o su qualunque altro argomento. Questi servizi sono davvero mirati ai neofiti o ai clienti che preferiscono investire e poi scordarsi la questione.

GLI SVANTAGGI DEI ROBOT-ADVISOR

La gestione patrimoniale automatizzata ha anche alcuni lati negativi.

Non lasciano molta libertà di scelta, e neanche un grado di controllo elevato

I consulenti robot investono in exchange-traded funds (Etf) e mutual fund indicizzati a basso costo (è uno dei modi in cui riescono a contenere i costi). Ma la maggioranza dei servizi non permette all’utente di selezionare i fondi inclusi nel suo portafoglio; inoltre non investe in singoli titoli, in obbligazioni o in forme di investimento alternative più particolari.

Creano un portafoglio di investimento meno personalizzato

I robo-advisors in genere si basano su criteri generali per selezionare un portafoglio o raccomandarlo al cliente. In molti casi spingono il cliente ad accettare un portafoglio basato su uno dei loro modelli preesistenti (alcuni esempi: growth, income, growth + income) a seconda della sua propensione al rischio, del suo profilo di reddito e degli obiettivi di investimento che ha indicato a grandi linee nel questionario.

Non ci si può parlare

Molti robo-advisors, in particolare quelli esclusivamente online, non offrono ai clienti una linea diretta per ottenere aiuto da un essere umano. Gli operatori del servizio clienti, se esistono, sono a disposizione principalmente per rispondere a domande di tipo logistico; non danno consigli finanziari e non spiegano le strategie di investimento.

Non consentono di ricevere grandi consigli finanziari

Malgrado possano fornire alcuni strumenti di pianificazione finanziaria, come i tool per calcolare l’entità della pensione che si riceverà in futuro, i consulenti robot non sono pianificatori finanziari. Si limitano a investire denaro. Ciò significa che non possono darvi consigli su piani e obiettivi a lungo termine di carattere finanziario, per esempio il risparmio in vista degli anni della pensione, degli studi universitari o dei momenti nei quali sorgono necessità monetarie inaspettate.

È per questo motivo che i gestori patrimoniali umani e “i pianificatori finanziari sostengono che i robot non possano prendere il loro posto; non sono sufficientemente sofisticati per poter capire la situazione complessiva o dare consigli a tutto tondo” dice Bussy.

LA MORALE FINANZIARIA

Che facciano al caso vostro o meno, i robo-advisor potrebbero rappresentare il futuro degli investimenti. Secondo il sito di formazione finanziaria BuyShares, il numero di asset gestiti da consulenti robot è aumentato del 178% fra il 2017 e il 2019. In base alle stime del sito il patrimonio totale gestito potrebbe ammontare entro la fine del 2020 a 987,4 miliardi di dollari.

I robo-advisor si occupano di portafogli grandi e piccoli, e di diverse tipologie di investitori. “Un robot a basso costo può aiutare una persona a muovere i primi passi nel mondo degli investimenti, o consentire agli investitori più esperti di risparmiare sui costi” osserva Bussy.

A ogni modo, i robot rimangono adatti soprattutto agli investitori che non vogliono partecipare attivamente al processo di investimento, oppure a quelli che devono partire in piccolo o muovendosi con cautela. In generale non fanno per le persone che desiderano un tocco più personale, un approccio personalizzato o un mix di asset diversificato, e neanche per chi si sente abbastanza sicuro da voler scegliere da sé in che cosa investire.

25 apr 2020

Il 25 aprile resiste all'usura del tempo ...

 ... e alle insidie degli uomini.
Un motivo ci sarà, anzi c'è. Il Pojana prova a raccontarcelo, e mi sembra ci riesca bene.


24 mar 2020

Btp, azioni, obbligazioni, oro e petrolio

I titoli per difendersi e guadagnare.
di Adriano Barrì, Angelo Drusiani, Pieremilio Gadda | Corriere della Sera

Le perdite
Forse non sarà più come prima. O forse sì. 
Ma adesso è impossibile dirlo. La guerra contro il coronavirus — il paragone bellico è giustificato, purtroppo, dalla dolorosa conta delle vittime e dal tenore delle misure emergenziali — lascerà traccia nelle nostre vite di cittadini e di lavoratori. E anche di investitori. In un mese, Piazza Affari ha perso il 40% della capitalizzazione di Borsa (dato al 18 marzo), il paniere europeo è a -37%, Wall Street fa -31%. L’indice Vix che misura la volatilità attesa dell’S&P500 è schizzato sopra gli 80 punti, rievocando il dopo Lehman Brothers. Chi veste i panni dell’investitore — dimenticando, per un momento, le drammatiche implicazioni umane e sociali della crisi sanitaria — può iniziare a chiedersi se una correzione così drastica non apra la strada a un’occasione d’acquisto.corriere


Il ballo dei listini
«Nelle prossime settimane non si può escludere un ulteriore test dei minimi raggiunti nei giorni scorsi», premette Emilio Franco, ad di Mediobanca sgr. «Ma la violenza e la velocità della caduta hanno pochissimi termini di paragone nella storia dei mercati finanziari. Vengono in mente il 1929, il 1987 e il 2008. Se l’orizzonte di riferimento è di almeno un anno non c’è dubbio che il crollo dei prezzi presenti delle opportunità» (vedi esempi nei tre box). A una condizione: «Oggi facciamo i conti con un mercato vulnerabile, segnato da alcuni gravi malfunzionamenti, primo tra tutti l’illiquidità che ha paralizzato quasi tutte le classi di attivo. Chi entra oggi deve sapere che i listini continueranno a ballare per almeno un mese e mezzo o due», calcola Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet am. È questo, nella migliore delle ipotesi, spiega, il tempo necessario per raggiungere il picco del contagio, almeno in Europa. Dopodiché, in ogni caso, il ritorno dell’attività economica ai livelli pre-crisi non sarà immediato.


Assestamenti
«I mercati all’inizio credevano di avere a che fare con uno choc prevalentemente regionale, in Cina, accompagnato da una crisi dell’offerta — per l’interruzione delle catene di fornitura globali — e con effetti pesanti nel breve, ma efficacemente contrastabili con misure monetarie e fiscali. Si sono ritrovati a fare i conti con il timore di una crisi globale della domanda e dell’offerta e con effetti più duraturi. Il cambiamento di paradigma si è tradotto in un riprezzamento violento, amplificato dal senso di incertezza personale», spiega Franco. Ora si tratta ci capire se la ripresa sarà a V — un collasso seguito da un rimbalzo vigoroso — oppure a U, con una fase più lunga di assestamento. Il mercato già sconta una recessione di media entità. «Basti pensare che il calo della capitalizzazione di Borsa subito dall’Euro Stoxx — calcola Franco — è pari a cinque volte tutti gli utili generati dalle imprese europee nell’intero 2019. Se questa si trasformasse in una recessione profonda, a causa di un’insufficiente risposta dei policy maker, i listini potrebbero perdere un altro 10/15% da questi livelli. Un avvitamento è però ora meno probabile alla luce degli interventi eccezionali di questi giorni, sul fronte monetario e fiscale. Dopo un calo temporaneo ci sarà una ripartenza. Le imprese ricominceranno a fare profitti».


Segnali da decifrare
Goldman Sachs ha calcolato che in occasione delle precedenti 11 recessioni Usa, l’S&P500 abbia perso in media il 30% (il peggiore crollo fu nel 2007-09, -57%). Sei mesi dopo aver toccato il fondo, Wall Street guadagnava già, in media, il 26%. La stessa banca d’affari americana ipotizza che l’S&P500 possa scivolare fino a 2000 punti a metà anno (-16% dai valori attuali), per risalire fino a 3300 punti in 12 mesi, + 37%. Nello stesso arco di tempo, l’Europa farebbe +28%. Nel caso quali Borse scatteranno per prime? «Il mercato sembra disposto a premiare i paesi che hanno già vinto la battaglia contro il virus», osserva Delitala. «La Cina — che per la prima volta il 19 marzo non ha registrato nuovi contagi — potrebbe essere favorita. Poi l’Europa, e a seguire gli Usa». Cosa può rimettere le Borse in carreggiata? Ovviamente servirebbe un chiaro segnale di successo in Europa nel contenimento dell’infezione, con una stabilizzazione della curva di contagio. O magari la scoperta di una terapia medica efficace. Secondo Franco, probabilmente siamo sulla strada giusta per portare i listini su un sentiero di ripresa sostenibile, «grazie al crescente coordinamento delle iniziative di stimolo fiscale a livello europeo e globale, puntellate da eccezionali iniziative delle banche centrali che dovrebbero dare ancoraggio alle emorragie di fiducia». Insomma la ripartenza potrebbe esserci.


Le cedole dei 20 big/1
Il Covid-19 mette il turbo ai dividendi. Ma il futuro è pieno di incertezze. Prima dell’esplosione dell’epidemia in Italia gli investitori si apprestavano a iniziare la stagione della raccolta delle cedole. Una mietitura che si annunciava tra le più generose degli ultimi anni. Il rendimento delle cedole dei titoli di Piazza Affari, che pre-crisi sanitaria, trattava sui massimi degli ultimi 10 anni, restava intorno al 4% con punte non distanti dal 10% come nel caso di Intesa Sanpaolo, Eni ed Fca. Quest’ultima programmando anche la distribuzione di una cedola straordinaria in vista dell’aggregazione con Peugeot. Il crollo seguito al 21 febbraio non ha fatto altro che alzare i redimenti su livelli, forse irripetibili, considerato che il bilancio 2020 sconterà una recessione. La flessione media del mercato italiano del 30% ha così spinto in alto i rendimento su livelli ben oltre il 10%. E nessuno, sinora, ha rivisto i propri programmi di distribuzione degli utili. Confermate, per ora, anche le assemblee dei soci a cui spetta l’ultima parola per decidere su importo e stacco.


Le cedole dei 20 big/2
L’Economia del Corriere ha confrontato tutte le società di Piazza affari con oltre 1 miliardo di euro di capitalizzazione. Sono state selezionate le prime 20 per rendimento della cedola pre crisi sanitaria confrontando le cedole prima e dopo il 21 febbraio. Dal quartier generale di Intesa Sanpaolo non sono arrivate marce indietro. Anzi, è confermata l’assemblea del 27 aprile in via telematica. La riunione è importante non solo per l’approvazione del bilancio 2019, ma anche per l’ aumento di capitale per emettere le nuove azioni a favore dell’offerta pubblica di scambio per Ubi Banca. Anche Eni non fa marcia indietro sul dividendo nonostante la revisione delle stime sui prezzi del prezzo del petrolio e del piano 2020-21 con il ritiro del programma di buy back da 400 milioni. Nel frattempo l’ad Descalzi, in scadenza, ha acquistato 30 mila azioni per 200 mila euro.


Titoli di Stato molto brevi
Da meno 0,5% a quasi 1% in tre settimane. Passando da livelli anche superiori all’1,5% prima che la Bce annunciasse il bazooka da 750 miliardi. Sono i rendimenti dei titoli di Stato più brevi, con scadenza compresa tra 39 giorni e 38 mesi, che a causa dell’effetto del virus sono scivolati sotto 100 per quanto riguarda i prezzi e hanno riguadagnato il segno più davanti ai rendimenti. Ci sarà chi si chiede perché manchino nella tabella i Bot o i Ctz. La risposta è semplice: meglio i Btp con scadenze analoghe (quello che rimborsa nel maggio 2020 è quasi come un Bot trimestrale o un pronti termine) perché hanno un maggior grado di liquidità nel mercato al dettaglio, quello dove, volendo, si scambia anche solo un titolo da mille euro. A lato di ogni emissione c’e’ un’indicazione, che aiuta a collocare il Btp nella mappa delle cedole e delle opportunità. Il più lungo, quello che scade nel maggio 2023, il 21 febbraio costava 101 e aveva un rendimento negativo dello 0,05, oggi costa 97 e rende lo 0,95%. Un guaio se ci mettiamo (e ce la dovremo mettere) la casacca da contribuenti. Il conto del maggior spread di questi giorni, secondo l’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, ha già superato i 3 miliardi. Un’opportunità se ci possiamo mettere quella degli investitori, senza rischiare nemmeno troppo visto che parliamo di scadenze al massimo triennali e che la Bce è in campo. E interviene. La nota a margine di ognuno delle 10 emissioni segnalate fa anche il conto delle cedole che si incasseranno da qui a scadenza. Nel caso del Btp luglio 2022 ne mancano quattro. Numero che aumenta per le durate successive, più lunghe ancora. Il confronto con le quotazioni del 21 febbraio scorso non è casuale, perché è dal lunedì 24 successivo che la pandemia ha fatto aumentare il differenziale di rendimento tra Btp e Bund tedesco. Un movimento che ha riportato indietro l’orologio delle spread anche fino al settembre 2013. In passato chi ha scommesso sul ritorno alla normalità dei Btp è stato premiato. Ma nulla è garantito. Anche questo va ricordato.


Btp e Bond lunghi, anche perpetui

Ben più accentuato è l’effetto virus sui valori di scambio sia dei Btp con durata media e lunga, fino alla scadenza trentennale, sia sulle emissioni societarie, una bancaria, Mediobanca, e l’altra automobilistica, Volkswagen. Ambedue sono obbligazioni subordinate (le più rischiose), ma con taglio minimo sottoscrivibile di mille euro. Accessibile a tutti, a condizione che il profilo di rischio (Questionario Mifid II) lo consenta. Sulla quotazione dell’emissione tedesca il virus si è abbattuto con violenza: più di dieci punti persi. E, in compenso, più che triplicato il rendimento passato in tre settimane dall’1,98% a oltre il 7%: quest’ultimo è calcolato sulla base dell’ipotetico rimborso al 20 marzo 2022, la prima «finestra» (ma non assicurata) per chi sceglie il bond. Meno vistoso l’effetto sul rendimento del Btp trentennale, passato dall’1,92% al 2,38%, con un calo di prezzo da 112 a 101, complice anche la presenza della Bce tra gli acquirenti. Pure per questi titoli è interessante verificare quante cedole riscuote chi investe in Btp: si arriva a oltre sessanta, se si opta per la scadenza 2050. La selezione dei dieci bond nella tabella dei «lunghi» va da una scadenza minima di 4 anni e 101 giorni ad una massima «perpetua», nel caso del bond societario di Volkswagen. A questi prezzi inserirne una quota in portafoglio potrebbe rappresentare una buona strategia. Ma bisogna, appunto, avere spalle larghe rispetto al rischio. Il Btp 2030 e il Btp 2036 sono strumenti adatti al trading (compravendita ravvicinata per guadagnare sulle forti oscillazioni dei prezzi) e ora tornano interessanti per l’accredito del flusso cedolare semestrale. Una strategia che fino a poche settimane fa era poco praticabile per l’eccessiva caduta dei rendimenti. Sarà vincente in caso di rasserenamento. Auspicabile, possibile. Mai scontato.

16 mar 2020

Tra gli italiani, eroi e cialtroni

"C'è chi si rimbocca le maniche e chi fa il furbo".

Intervista ad Alessandro Barbero: "Non è una novità. È il modo in cui gli italiani si sono comportati anche nella Seconda guerra mondiale".
By Nicola Mirenzi HuffPost

L’immagine è contraddittoria: “La caratteristica degli italiani che sta venendo fuori, di fronte all’emergenza del coronavirus, è la tendenza a muoversi in ordine sparso. Anche in questa tremenda situazione, vediamo eroi e cialtroni. C’è chi rischia la pelle e chi ne approfitta. Ci sono quelli che si rimboccano le maniche e quelli che fanno i furbi. Non è una novità. È il modo in cui gli italiani si sono comportati anche nella Seconda guerra mondiale”. All’ultima prova della storia a cui siamo chiamati a rispondere, dice Alessandro Barbero – ordinario di storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale e apprezzatissimo narratore storico (le sue lezioni online hanno centinaia di migliaia di visualizzazioni) – noi italiani di oggi assomigliamo parecchio agli italiani di ieri.

“Se pensiamo a come si sono comportati nell’ultimo conflitto mondiale i tedeschi, i russi, gli americani, gli inglesi, ci rendiamo conto che, con certe ovvie eccezioni individuali, si sono mossi in maniera abbastanza compatta, tutti più o meno uniti nello stesso spirito di popolo. L’Italia, invece, ha oscillato tra gli estremi. Abbiamo avuto, a tutti i livelli, esempi di incredibile impreparazione, mascalzonaggine e incapacità, che ci hanno portato a disastri militari per i quali ancora oggi tutto il mondo ci ride dietro. E abbiamo combattuto battaglie gloriose. Il popolo contadino ha dato prova di una forza di resistenza straordinaria. Così come gli abitanti delle città bombardate. Il paese ha tenuto duro in circostanze spaventose. Distrutto, ridotto alla fame, spaventato. È riuscito a rialzarsi appena la guerra è finita. Nonostante l’incompetenza, la dabbenaggine, che pure ci sono state. Ecco: la situazione, oggi, non mi sembra così diversa”.

A chi pensa?
Penso ai medici e agli infermieri che lavorano giorno e notte negli ospedali. E penso a chi è fuggito da Codogno per andare a sciare. Penso a tutti quelli che rimangono chiusi in casa per proteggere se stessi e gli altri. E penso ai politici che, anche in questa situazione, cercano di ricavare un tornaconto elettorale, spingendosi fino al limite dello sciacallaggio. Penso a chi ha messo i propri interessi in secondo piano, e penso agli imprenditori che guardano il crollo dei propri ricavi e devono tenere a bada – non sempre riuscendoci – la tentazione di dire: “Ma andiamo avanti lo stesso, se continuiamo così sarà un disastro per le nostre casse”.

Lo storico può scorgere nelle epidemie qualcosa di positivo?
All’inizio del Quattrocento, dopo la peste violentissima del 1348 e altre crisi epidemiche successive, il mondo si accorse che aveva risolto un problema. Nei primi anni del Trecento, c’erano troppe bocche da sfamare. Alla fine del secolo, era rimasta metà della popolazione. C’era cibo per tutti. Gli operai potevano rivendicare salari più alti. Cominciavano a esserci soldi anche per il superfluo. E si misero in moto parecchie innovazioni benefiche per l’economia. Certo, questo è quello che osserva uno storico, studiando un arco di tempo lungo. Mentre i contemporanei – nessuno dei quali aveva potuto vivere tutto il secolo – sperimentavano un altro sentimento: il dolore per le vite perdute.

Può succedere qualcosa del genere anche oggi?
La peste del Trecento cambiò radicalmente gli equilibri demografici mondiali. Il coronavirus non sembra possa fare niente del genere.

C’è chi dice, molto cinicamente: “Uccide i vecchi”.
Fin dagli anni cinquanta, gli scrittori di fantascienza americani hanno cominciato a immaginare un futuro nel quale l’uomo sarebbe stato messo di fronte a una scelta crudele: uccidere gli anziani, troppo costosi da mantenere, per salvare il sistema. In effetti, questo è l’incubo della nostra società. E non mi sorprende che, in questa circostanza, il tema emerga. L’astratta ragione economica, di fronte alla decimazione dei vecchi, potrebbe dire: “Bene, d’ora in poi, avremo un costo in meno da sostenere”. La ragione umana, invece, non può prendere in considerazione una conclusione del genere. Poiché dice: “Non è l’uomo che deve essere messo al servizio dell’economia, ma l’economia al servizio dell’uomo”. È il conflitto che avevano colto, nei loro romanzi avveniristici, quegli scrittori.

Non possiamo ricavarne niente di buono, quindi?
Una conseguenza positiva ci potrebbe essere. Nella mentalità collettiva, nel modo in cui concepiamo le cose. Siamo abituati a pensare che il futuro sia prevedibile. Addirittura, gli economisti e i politici credono di poter misurare fino ai decimali quanto crescerà il nostro Prodotto interno lordo. Poi, un virus sconosciuto si diffonde in Cina e tutto ciò su cui basavamo le nostre scelte politiche, economiche e sociali, frana nel giro di qualche settimana.   

Perché la prima cosa a cui abbiamo pensato è la “peste”?
Peste è il nome che gli uomini hanno sempre dato alle malattie contagiose e mortali. Nella storia, si chiama ‘peste di Atene’ la malattia che colpì la città greca nel Quattrocento avanti Cristo. ‘Peste antonina’ l’epidemia che contagiò Roma nel Secondo secolo dopo Cristo, uccidendo anche l’imperatore Marco Aurelio. Sebbene, gli studiosi sappiano che non si trattava propriamente di peste. Probabilmente, era vaiolo. Soprattutto, nel secondo caso.

Oggi lo sanno tutti che non si tratta di peste.
Eppure, la parola “peste” è una parola che mobilita il nostro immaginario. Non si riferisce tanto al batterio che causa la malattia, ma alla paura della malattia indomabile che si è trasmessa fino a noi, seguendo una catena lunghissima di memorie. Manzoni racconta che, quando la peste arriva a Milano, le autorità hanno paura di nominarla. Dicono: “Febbre, contagio”. Oggi succede la stessa cosa con la parola virus. Improvvisamente, un termine che fino a poche settimane fa usavamo in maniera disinvolta, ci terrorizza. L’altro giorno, alla radio, una conduttrice parlava di una fotografia. Diceva: “L’avete vista tutti, è diventata…”. Stava per dire “virale” e si è bloccata. Era diventata una parola spaventosa.

In questi giorni, usiamo un’altra parola familiare per uno storico: la guerra. “Siamo in guerra”, si dice. È vero?
La guerra puoi scatenarla, oppure subirla: in ogni caso, hai di fronte una controparte. Con un virus, non puoi firmare un trattato di pace. Detto questo, un elemento in comune con la guerra c’è.

Qual è?
È che le autorità possono dire alla gente: “Mi dispiace, ma in questo momento i tuoi interessi personali passano in secondo piano. Ora, devi obbedire e sacrificarti in nome di qualcosa di più grande di te”.

Ma il sacrificio richiesto è paragonabile?
Ciò che lo stato italiano ci sta chiedendo ci appare enorme. Non possiamo più uscire a fare una passeggiata, né andare a cena fuori, e nemmeno raggiungere un amico a casa. Per un popolo che ha vissuto gli ultimi settant’anni della sua vita in pace, è una rinuncia gigantesca. Tuttavia è poco, se paragonato a ciò che lo stato chiese al popolo italiano nel 1915. Quando chiamò tutti i maschi che potevano combattere e disse a ciascuno di loro: “Ora tu lasci la tua casa, tua moglie, i tuoi figli, il tuo lavoro e te ne vai a fare una vita da cane in trincea, dove puoi crepare dilaniato dalle ferite di una bomba, oppure – se ti va bene – farai una vita orrenda per anni. E lo fai. Perché questo è un ordine”.

Vuol dire che stiamo esagerando?
Voglio dire che il parallelo con la guerra regge fino a un certo punto. Chiederci di rimanere a casa per sopravvivere è diverso dal ricevere l’ordine di andare al macello.

9 mar 2020

Defender Europe: ecco cos’è e cosa fanno in Europa 20mila soldati Usa

Credits Eugenio Palazzini - Il Primato Nazionale

Roma, 8 mar – Mezza Italia in quarantena, massimi controlli in entrata e in uscita dalle zone rosse non solo italiane, eventi di ogni tipo bloccati, cittadini chiamati a rispettare stringenti misure governative per evitare il contagio. Nonostante questa inevitabile paralisi causata dalla diffusione del coronavirus, in Europa sbarcano circa 20mila soldati americani per una gigantesca esercitazione militare, denominata Defender Europe 20. Si tratta del più grande dispiegamento di truppe Usa su suolo europeo in 25 anni e il terzo in assoluto dalla fine della Guerra Fredda. Gli Stati Uniti nei giorni scorsi hanno alzato il livello di allerta nei confronti dell’Italia, portandolo da 3 a 4, ovvero il livello massimo per le zone più colpite dal virus. Eppure mandano migliaia di uomini in Europa che oltretutto, verosimilmente, non dovranno indossare le mascherine e non saranno obbligati a seguire le misure di sicurezza previste dai vari Stati membri dell’Ue.

In cosa consiste Defender Europe
Ma in cosa consiste dunque questa esercitazione? Cosa vengono a fare in Europa tutti questi soldati americani? Il primo gruppo di militari è già arrivato al porto di Bremerhaven in Germania e la US Army Europe ha fatto sapere che le truppe “si spargeranno nella regione europea” al fine di “proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia” . L’Armata Rossa sovietica non c’è più, ma è abbastanza chiaro il riferimento alla presunta minaccia russa. Tra l’altro, in confronto all’operazione Reforger che per decenni durante la Guerra Fredda portò in Europa migliaia di soldati americani per contrastare un eventuale attacco del Patto di Varsavia, Defender Europe è analoga in termini numerici ma decisamente più capillare e complessa poiché coinvolge 18 Stati Ue: tra questi Regno Unito, Polonia, Germania, Italia e i Paesi Baltici.

In totale l’esercitazione dovrebbe coinvolgere 37mila unità, per lo più soldati statunitensi (circa 20mila appunto) e terminerà a giugno. Stando a quanto trapelato sarà effettuata in sei Paesi europei: Belgio, Olanda, Germania, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia. Al di là delle fantasiose ipotesi e dei soliti complottismi campati in aria che dipingono scenari da terza guerra mondiale, per capire meglio i motivi di questa “strana” operazione è utile prendere in considerazione il comunicato diffuso dalla U.S. Army Europe. Secondo l’esercito americano Defender Europe è un “credibile dispiegamento di forze” che fungerà da banco di prova sia “per gli Stati Uniti che per i Paesi europei”. I soldati americani “si spargeranno quindi in tutta la regione (europea, ndr)” per svolgere “esercitazioni condivise, che metteranno in condivisione lo stesso scenario” e avranno “un comando missione coordinato” e potranno contare su “sostegno reciproco” nonché “sistemi di comunicazione in comune”.

Una sfida alla Russia
Tutto qua? Informazioni maggiori su Defender Europe non ci sono e chi le sta fornendo rischia di prendere abbagli. Quello che è certo però, anche prendendo in considerazione soltanto quanto comunicato dalla U.S. Army Europe, è che gli Stati Uniti intendono testare le proprie forze e quelle degli alleati (i più sarcastici direbbero sudditi). Insomma si tratta di una sfida lanciata alla Russia e di un monito alle nazioni europee: vi testiamo e vi obblighiamo a stare dalla nostra parte, qualunque cosa accada.

17 feb 2020

IN ITALIA C’È UN PROBLEMA FISCALE: IO VERSO IL 60% DEL MIO REDDITO IN TASSE

“L'ATTUALE PD È UNA COORTE DI COOPTATI - IN ITALIA C’È UN PROBLEMA FISCALE: IO VERSO IL 60% DEL MIO REDDITO IN TASSE. NON SI POSSONO CONSIDERARE SUPERFLUI I PROBLEMI DEL CETO MEDIO E MEDIO-ALTO. MI STA VENENDO VOGLIA DI TRASFERIRMI A VIENNA - IL PROCESSO A SALVINI? È UNA PUTTANATA TOTALE - DI MAIO NON È STATO FATTO FUORI PERCHÉ BEPPE GRILLO NON VUOLE CORRERE IL RISCHIO DI METTERE IL M5S IN MANO A DI BATTISTA”
Alessandro Rico per “la Verità”

Da dieci anni Massimo Cacciari non è più nel Pd, ma alla sinistra non ha mai smesso di dispensare consigli - e di assestare stoccate. La Verità l'aveva ascoltato nei concitati giorni d'estate in cui erano in corso le trattative per la formazione del governo giallorosso. Lo raggiunge di nuovo nelle ore in cui Matteo Renzi, l'uomo che più aveva voluto l'intesa con il M5s, sta terremotando il Conte bis.

Professore, Renzi vuole far cadere il governo?
«No».
E qual è la sua strategia?
«Sostituire Giuseppe Conte». Che a sua volta vorrebbe sostituirlo con i «responsabili».
Sergio Mattarella, però, ha ribadito più volte che non c' è altra maggioranza possibile in questa legislatura.
«Infatti il gioco è rischioso. Mattarella non può cedere su questo punto. Ormai si è troppo esposto».
Renzi non le avrà sentite le dichiarazioni del presidente?
«Forse non ci crede ancora. Come non ci crede Luigi Di Maio».
Di Maio?
«Anche lui manderebbe a casa Conte».
Poi approfondiamo. Renzi ha un accordo con il centrodestra?
«In politica è del tutto naturale avere rapporti con l'avversario. Ed è chiaro che, da quanto ha fondato il suo partito, Renzi pensa di poter attrarre voti dai residui di Forza Italia. Non vedo particolari problemi interpretativi: non è mica la Scienza della logica di Hegel».
Sa com'è: Renzi ha voluto il governo giallorosso e ora è stato sul punto di farlo saltare.
«Del tutto logico anche questo».
Ah sì?
«Lui ha fatto nascere questo governo perché non passasse la linea Zingaretti: andare al voto e formare un nuovo gruppo alla Camera. Renzi sarebbe stato spacciato».
Senza dubbio.
«Ecco: primum vivere, deinde philosophari. Allora, il primum vivere di Renzi era impedire a Nicola Zingaretti di andare alle elezioni».
E adesso? Alza il tiro in vista delle nomine?
«Alza il tiro in vista delle nomine e per la contrattazione all'interno della maggioranza, per mostrare che conta. Non è così pazzo da rischiare rotture drammatiche, che certamente avrebbero conseguenze all'interno del suo gruppo».
A tal proposito, è vero che ci sono renziani delusi e che il Pd sta lavorando per riportarli all'ovile?
«Non ne ho idea, ma mi pare logico che il Pd ci provi. Più Renzi spingerà la polemica nei confronti di Conte, più si creeranno dissapori all'interno di Iv. E penso che lui l'abbia perfettamente calcolato».
Perché Zingaretti, che l'estate scorsa avrebbe preferito il voto, adesso insiste per tenere in piedi il governo?
«Perché vede che la linea della governabilità e del buon rapporto con Conte porta dei risultati presso l'elettorato».
Non sta svendendo le battaglie ideali del Pd?
«E quali sono? Me ne vuol dire qualcuna?».
Visto che si parla di prescrizione, il garantismo.
«Quando mai è stato garantista il Pd? Forse lei è giovane e non ricorda quant'erano garantisti questi, negli anni Settanta e Ottanta».
Il Pd, dopo la vittoria in Emilia, è in salute?
«Rispetto a un anno fa, è infinitamente più in salute. Ma la vittoria in Emilia è di Stefano Bonaccini e delle sardine, oltre che un suicidio di Matteo Salvini».
Allude al citofono?
«Con le citofonate deliranti s'è magnato almeno un punto e mezzo. Ha fatto una cazzata di proporzioni galattiche».
Eh, addirittura?
«Almeno un centinaio di persone, orientate a votare a destra, non foss'altro che per la voglia di cambiamento, dopo il citofono mi hanno telefonato per dirmi: "Va bene, votiamo come ci dici tu"».
Ha citato le sardine: hanno incontrato il governo... proponendo l'Erasmus Nord-Sud. Piazze a parte, quale contenuto vede in loro?
«Nessuno».
Nessuno?
«Nessuno. Ma chi è che ha contenuti in questo Paese?».
Intanto, hanno già dato un altolà a Bonaccini sull'autonomia. Non rischiano di diventare una scheggia impazzita nel Pd?
«Lo spero!».
Eh?
«Spronino, chiedano, esigano».
Conte è il nuovo Romano Prodi?
(Tono incredulo) «No, no, no».
Perché?
(Risatina sarcastica) «È tutta un'altra storia. Prodi viene fuori dagli Andreatta, dal Mulino, da un ceto intellettuale e politico di primissimo livello».
Riformulo: Conte sarà il federatore della sinistra?
(Sempre incredulo) «No, no, no».
E quindi cos' è?
«Una persona molto abile nel mediare. E fintantoché la situazione politica italiana sarà tale per cui nasceranno governi a caso, ci vorranno per forza i Giuseppi».
Le pare giusta la pretesa di precludere il Colle al centrodestra?
«Al Quirinale ci va chi ha i voti».
Sì, ma sembra che bisogni fare di tutto per evitare che quei numeri li abbia il centrodestra.
«Be', se mi propongono come presidente Salvini o uno di Casapound, avrei qualche perplessità».
Non esageriamo. La Lega aveva tirato fuori Mario Draghi.
«Va benissimo allora».
Il Pd deve farla, l'alleanza organica con il Movimento 5 stelle?
«Il Pd intanto ha il problema di definirsi come partito e darsi un gruppo dirigente nuovo. Per il resto, si tratta solo di alleanze di governo. Quelle si possono fare persino con il centrodestra».
Con il centrodestra?
«In Germania sono 30 anni che vanno avanti con la grande coalizione, senza bisogno di pensare all' alleanza organica».
La grande coalizione ha logorato Spd e Cdu.
«Le grandi coalizioni hanno iniziato a stentare dopo lo scoppio della crisi, perché hanno margini di manovra ristretti».
Appunto: al Pd conviene battere quella strada?
«È molto difficile, certo. Ma allora siamo coerenti per una volta».
Cioè?
«Vogliamo maggioranze solide? C'è un unico sistema: una legge elettorale con collegi uninominali e doppio turno. Se scelgono il proporzionale, non ci sono alternative alle coalizioni».
Il processo a Salvini?
«È una puttanata totale».
La tocca piano
«Da un lato c' è una persona che cerca di farsi pubblicità. Dall'altro ci sono persone che hanno dimostrato ipocritamente di essere interessate soltanto al rinvio, per evitare ricadute sul voto in Emilia».
Una farsa?
«Una "nobile tenzone" tra un demagogo e persone che hanno paura della loro ombra».
Prendiamo la cosa sul serio. Lei, studioso schmittiano, non crede che si crei un precedente pericoloso, destinato a minare l'autonomia della politica?
«Ma l' autonomia della politica deriva dalla sua forza. Se la politica è debole, non sarà autonoma».
I decreti Sicurezza cambieranno? A sinistra lo dicono tutti e intanto stanno ancora lì
«Quello è un problema soprattutto per i 5 stelle, che hanno bisogno di bandierine per sopravvivere. Spero che il Pd tenga duro».
Come la rinnoverebbe la classe dirigente dei dem?
«Con un congresso serio, in cui Zingaretti si presenti con una sua linea sulle questioni sociali più importanti. Inclusa quella fiscale: in Italia non si può continuare così».
Così come?
«Uno come il sottoscritto versa il 60% del suo reddito in tasse. Non si possono considerare superflui i problemi del ceto medio e medio-alto. A me sta venendo voglia di prendere baracca e burattini e di trasferirmi a Vienna».
Zingaretti cambierà le cose?
«L'attuale Pd è una coorte di cooptati delle vecchie segreterie. Ho fiducia in Zingaretti, ma, Dio non voglia, a queste coorti potrebbe aggiungersi la sua. Se ciò avvenisse, sarebbe la fine del Pd».
Ma se le personalità non ci sono, il congresso da dove le tira fuori?
«Le personalità ci sono. Bonaccini, ad esempio: ha governato bene, s'è fatto la campagna elettorale evitando che i capi si facessero vivi anche solo per telefono».
Bisogna pescare dai territori?
«Sì. Mica esistono solo i ministeriali romani, quelli che compaiono in tv e ritwittano le veline. Ci sono anche tanti giovani che vorrebbero fare politica seriamente, anziché rompersi i coglioni con riunioni su riunioni, in cui devono essere valutati da qualche cooptato».
Però s' è parlato soprattutto di cambiare il nome al partito: si pensa al packaging e non a cosa c' è dentro il pacchetto.
«Quello è il grande rischio che corre Zingaretti. Per il Paese però sarebbe importante avere un centrosinistra organizzato decentemente e, dall'altra parte, un centrodestra altrettanto decente».
Centrodestra decente? Mica si riferisce all' affiorare di Giorgia Meloni come figura quasi «istituzionale», a paragone di Salvini?
«Ha un tono moderato. Poi è donna. E ciò oggi conta».
Sì, ma non è che la «gente che piace» la sta corteggiando per metterla contro Salvini? Un po' come ai tempi di Gianfranco Fini.
«La sua estrazione lo rende difficile. Se si va al voto, tra lei e Salvini l' intesa sarà immediata».
Citava Di Maio. Come lo vede?
«Non è stato fatto fuori perché Beppe Grillo non vuole correre il rischio di mettere il Movimento in mano a quell'altro. Quello che va in giro per il mondo».
Alessandro Di Battista?
«Sì, lui. I 5 stelle sono sostanzialmente divisi tra tre componenti».
Quali?
«Questa, che definirei nostalgica; quella che vorrebbe ragionare seriamente con il Pd; e la terza, che è la stragrande maggioranza nei gruppi parlamentari ed è abbarbicata allo stipendietto. Sarà questa a prevalere, finché non ci sarà un totale disastro elettorale. Lo vedremo alle regionali - dove, se fossi in loro, mi nasconderei».
In che modo?
«Accordi con il Pd tramite liste civiche».
In Umbria non ha funzionato.
«No, ma almeno non sono stati massacrati i grillini in prima persona. Se uno si presenta in coppia, può sempre dare all' altro la colpa del massacro».

16 feb 2020

IL CORONAVIRUS PARALIZZA L'ECONOMIA REALE MA LE BORSE CONTINUANO A VOLARE. PERCHÉ ?

CI SONO QUATTRO MOTIVI, IL PRINCIPALE È CHE ORMAI IL 66% DEGLI SCAMBI DI WALL STREET È IN MANO A ROBOT E ALGORITMI, CHE NON SI FANNO PRENDERE DALL'EMOTIVITÀ. 
QUINDI MENTRE I BANCHIERI CENTRALI METTONO GLI EFFETTI DEL MORBO NELLE LORO PREVISIONI, LE MACCHINE CREDONO CHE LA CRISI AVRÀ UN EFFETTO TEMPORANEO. 
SE AVRANNO RAGIONE LORO, DITE ADDIO AI TRADER UMANI …

Borsa Milano
1. LE BORSE SNOBBANO L'EPIDEMIA: ECCO I QUATTRO MOTIVI
Vittorio Carlini e Morya Longo per ''Il Sole 24 Ore''

Non sappiamo quanto si diffonderà l' epidemia di coronavirus nel mondo. Né quanto durerà l' emergenza. Né quanto severo sarà l' effetto sull' economia globale. Ma una cosa la sappiamo: alle Borse non sembra interessare più di tanto.
Perché prima ancora di avere le risposte della scienza, i listini sono riusciti a tornare sui massimi storici nei giorni scorsi. I motivi di questa strana reazione, giusta o sbagliata che sia, sono almeno quattro.
Uno: l'opinione diffusa sui mercati è che il virus avrà un impatto solo temporaneo sull'economia. Due: le banche centrali continuano a sostenere il mercato. 
Tre: gli investitori sono sovra-esposti sul mercato obbligazionario che ormai offre rendimenti ridotti all'osso, per cui saranno costretti a investire in Borsa. 
Quattro: ormai i mercati sono dominati dagli algoritmi, che hanno - sembrerà banale - meno "emotività" degli esseri umani.
Borsa Londra
ECONOMIA E VIRUS
L'opinione generale che gira sui mercati è bene sintetizzata da Emmanuel Cau, head of equity strategy per l' Europa di Barclays: «Tra gli investitori è diffusa l' idea che l' impatto sull' economia sarà transitorio. Il coronavirus rallenterà la crescita, questo è certo, ma difficilmente la farà deragliare. Anzi, crediamo che gran parte di ciò che viene perso in questo trimestre verrà recuperato nei successivi».
Basta guardare le stime sulla crescita del Pil fatte da Barclays per capire il concetto: prima del coronavirus la banca inglese prevedeva, per il 2020, un Pil globale in crescita del 3,7% nel primo trimestre e del 3,2% nel secondo; ora invece stima un primo trimestre ben più "magro" (+1,8%) ma un secondo ben più "nutrito" (+4,2%). 
E un sondaggio di Reuters tra 40 economisti lancia lo stesso messaggio: un colpo di freno ora, un' accelerazione dopo.
E se il Pil non deraglia, neppure gli utili aziendali dovrebbero farlo: le stime sui profitti nel 2020 delle aziende quotate a Wall Street sono infatti scese da un +9,6% di inizio anno a +8,1%. Solo una lieve limatura, che nulla toglie alla ripresa rispetto alla crescita dell' 1,7% nel 2019. Certo, gli investitori sanno bene che possono sbagliarsi: per questo tutti, Barclays inclusa, suggeriscono di coprire i rischi facendo hedging. 
Ma l' orientamento generale resta positivo sui mercati.
Borsa New York
IL PARACADUTE E I TASSI
L'ottimismo è poi determinato dall'atteggiamento delle banche centrali. Nel 2019 a livello globale 48 di loro hanno tagliato i tassi complessivamente 88 volte per un totale di 9mila punti base, secondo i calcoli di JP Morgan Am. Inoltre la Bce è tornata a stampare moneta.
E anche la Fed Usa, pur senza un vero quantitative easing, dallo scorso settembre ha iniettato 420 miliardi di liquidità sui mercati.
Gli investitori scommettono anche sul fatto che se la situazione peggiorasse, le banche centrali (almeno quelle che hanno ancora hanno spazio di manovra) potrebbero intervenire con maggiore forza. Insomma: l'opinione diffusa è che, in ogni caso, c'è un paracadute per economia e mercati. Questo tranquillizza non poco. Non solo. 
La politica monetaria ultra-espansiva ha creato un altro fattore che potrebbe sostenere le Borse: i rendimenti sui mercati obbligazionari sono scesi molto nel 2019 ma, nonostante questo, i timori per la guerra commerciale Usa-Cina hanno spinto gli investitori più sui mercati obbligazionari che su quelli azionari. «Gli asset manager sono sovraesposti sull'obbligazionario - osserva Cau di Barclays -. Con il coronavirus le azioni delle aziende più esposte sulla Cina non sono ancora tornate sui livelli precedenti. Questa è dunque un' occasione per rientrare sul mercato, ovviamente con la copertura dei rischi».
Borsa Shanghai
L'ALGORITMO HA GLI ANTICORPI
Ma non è solo questione di liquidità o fiducia nelle banche centrali.
L' epidemia di coronavirus è un tragico fenomeno che, lo si voglia o no, risveglia paure ancestrali nell'uomo. Una situazione che può scatenare la classica reazione irrazionale, anche su mercati. Sennonché, secondo Aite Group, nel 2019 circa il 66% degli scambi di Wall Street è in mano a robot (la quota è del 55% a livello globale). Cioè: larga parte dell' operatività è gestita da software che, escludendo l' emotività, possono avere calmierato i listini.
Non solo. A detta degli esperti è plausibile che le strategie automatiche, spesso basate sull'analisi delle serie storiche, abbiano sottopesato (se non addirittura non considerato) la variabile dell' epidemia di coronavirus. Per quale motivo? Semplicemente perché, di là dalla difficoltà di definirne i parametri, è una realtà nuova. Certo: la prova empirica di questa valutazione allo stato attuale è impossibile. Inoltre l' uso di sistemi neurali rende i robot trader sempre più in grado di adeguarsi alla realtà in tempo reale.
E però va ricordato che, anche nel periodo del rischio di escalation militare tra Usa e Iran, molti analisti hanno rilevato come le Borse abbiano mantenuto un comportamento composto.
Oggi, come allora, l' algoritmo ha investito razionalmente e limitato l' emotività dei mercati. Il tempo dirà se ci hanno visto giusto.

2. IL CORONAVIRUS E LE TOSSINE DELL'INCERTEZZA
Donato Masciandaro per ''Il Sole 24 Ore''
Fanno bene le banche centrali a citare il Coronavirus nelle loro previsioni macroeconomiche, ma facendo molta attenzione d'ora in avanti. L' effetto boomerang è dietro l' angolo, se già guardiamo all'estremo risalto che i media hanno dato ai loro interventi. 
Occorre stare attenti al peso delle parole.
Borsa Francoforte
Nei giorni scorsi diversi banchieri centrali hanno illustrato in pubblici interventi lo stato dello scenario macroeconomico per i prossimi mesi: Ignazio Visco a Brescia, Christine Lagarde a Bruxelles, Jerome Powell a Washington. Ciascuno di loro ha dedicato una frase - non di più - all'eventualità che il Coronavirus possa incidere sui risultati economici durante il 2020. L'effetto moltiplicativo di quelle frasi attraverso il meccanismo dei media appare rilevante.
Oggi non abbiamo e non possiamo avere dati sistematici e robusti, ma guardiamo solo all'impatto sui motori di ricerca di quella frase rispetto al totale dell'evento in cui quella frase è stata pronunciata: per Visco il moltiplicatore è stato pari a 1,51, per la Lagarde è stato 18,3, per Powell arriviamo al 26,8. Numeri immediati e superficiali, che però vanno nella direzione indicata da quello che stiamo imparando in generale sulla politica monetaria: da un lato, le parole dei governatori delle banche centrali contano sempre di più; da un altro lato, i banchieri centrali devono essere sempre più attenti a maneggiare lo strumento dell'annuncio, se vogliono ridurre il rischio di avere effetti che possono essere al contempo non voluti e non desiderati.
Borsa Tokyo
Hanno fatto bene i banchieri centrali a iniziare a citare il Coronavirus?
La risposta è sì. Da un punto di vista economico, il Coronavirus rappresenta un caso di epidemia, che a sua volta è una situazione rilevante di evento relativamente raro e imprevedibile. L'evento raro può essere correlato con le variabili economiche nelle due possibili direzioni: le variabili economiche possono essere tra i moltiplicatori di una epidemia e, a loro volta, possono essere influenzate da essa.
In entrambe i casi, la ragione di fondo è che l'epidemia è legata alle reti delle relazioni interpersonali. Riguardo le cause di una epidemia, una domanda a cui l' analisi scientifica ha cercato di rispondere è se tale evento sia più correlato con le fasi di espansione o di recessione economiche.
Le risposte sono state finora opposte: mentre le ricerche epidemiologiche hanno sottolineato il ruolo delle recessioni, le analisi economiche danno finora più peso alle fasi di espansione economica, in cui gli scambi di merci, servizi e persone sono più frequenti. Quando l'epidemia è avviata, l'azione di prevenzione e contrasto, a seconda del suo disegno, può essere più o meno efficace rispetto al contagio, ma anche più o meno efficiente in termini di analisi economica dei costi e benefici, come mostra uno studio sulla Francia di Jerome Adda del 2016.
Borsa Sydney
Poi c'è l'effetto che l'epidemia può avere sulla dinamica economica. Le reti interpersonali sono differenti per spessore e intensità. Reti fitte e complesse diffondono la tecnologia, ma anche le epidemie. Crescita economica e rischio epidemia possono essere due facce della stessa medaglia. Riguardo al Coronavirus, in un momento in cui la durata e la robustezza della fase positiva del ciclo economico sono incognite, anche solo il rischio epidemia può in linea di principio contribuire a far pendere la bilancia verso la recessione. Come? I canali di trasmissione sono due, tra loro intrecciati: l'incertezza e le aspettative. È qui che può entrare in giuoco il ruolo della politica monetaria.
L'incertezza è una tossina, perché rende qualunque tipo di pianificazione più difficile - dal consumo all' investimento. Allora il rischio di un'epidemia non va sottovalutato, le banche centrali devono introdurlo correttamente nei loro modelli, e comunicare le proprie scelte. La Banca centrale neozelandese ha motivato la sua decisione di non modificare i tassi di interesse citando esplicitamente la sua convinzione di non ritenere al momento macroeconomicamente rilevante il fattore Coronavirus. Allo stesso modo la Banca centrale messicana, che giovedì ha ridotto i tassi, sta facendo i conti (macroeconomici) degli effetti dell'epidemia da alghe sargasso che ha interessato alcune spiagge del Paese.
Borsa Mumbai
In parallelo, nessuna autorità pubblica - banche centrali incluse - deve sottovalutare il nesso tra incertezza e aspettative. A parità di altre condizioni, tale effetto è tanto più forte quanto più le istituzioni sono autorevoli, ed è indubbio che in campo macroeconomico le banche centrali lo siano. Allo stesso modo, mercati, imprese e famiglie possono essere suggestionabili. Il rischio boomerang è sempre in agguato.